Quale futuro per la democrazia in Africa?

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Dopo la fine di Africtivistes, la rubrica sulla società civile e sui movimenti africani, ecco qualche riflessione sulla situazione della democrazia in Africa: contesa tra le rivendicazioni dei movimenti e la subdola alleanza tra i governi autoritari e la lotta contro i terroristi di Boko Haram.

Ogni mio trapasso dall’Africa all’Europa, più precisamente dal Senegal all’Italia, porta con sè sempre una scissione. Alla gioia di rivedere persone e luoghi cari, e allo sbalordimento nel constatare i nuovi risultati dell’accelerato e sfrenato ritmo capitalistico occidentale, si affianca, imperterrito e costante, quel dissidio amaro da digerire: quel contrasto troppo forte tra spreco e riciclo, tra l’apparenza e l’essenza, tra il surplus e la mancanza, tra il pulito, l’ordinato e il luccicante spesso artificiale, e magari quello sporco però vero e vissuto. Quelle differenze del quotidiano della gente: nel salutare, nel reagire, nel ridere, nel modo di interpretare il mondo. Ricontestualizzarsi alla realtà in cui si è appena arrivati, senza dolore e in fretta, è un necessario imperativo per chi effettua, nel corso della propria vita, più passaggi tra culture molto diverse.

Questo mio viaggio a Milano, chez moi, coincide con la fine della rubrica su un soggetto che mi ha impegnato testa e cuore per mesi: quella sulla società civile e i movimenti africani (ritrovala nello Speciale Movimenti  Società Civile). E proprio al terzo giorno di quel turbine psicologico ed emotivo che comporta ogni ritorno, mentre ascolto i dubbi e i dispiaceri dei miei coetanei senza lavoro qui, altri mi informano:

«Buongiorno Luciana, come va? Ti invio delle foto e dei documenti per un nostro amico che è in prigione, affinché tu ne parli nel tuo blog…sei d’accordo?».

Ecco allora quella scissione, quel malessere, che torna a galla.

Andy Demba Ras le bolQuella voglia di far finta di niente e di pensare alla gioia momentanea di essere di nuovo a casa, a questioni più “serene”, pragmatiche, banali, di routine quotidiana milanese ritrovata anche se per poco, naufraga progressivamente dinanzi all’impossibilità di ignorare quell’appello di denuncia.
Al pensiero che, sicuramente, anche la routine di Andy Bemba in Congo, nato nel mio stesso anno, sia stata brutalmente interrotta da un fatto molto più violento rispetto alle parole che mi sono state rivolte per annunciarmi del suo arresto, solo perché nato e vissuto in un altro paese rispetto al mio, non potevo far finta di niente: senza mentalmente fare gerarchie di problemi o preoccupazioni tra i miei coetanei italiani e quelli africani, ma solo cercando di comprenderne la diversità in funzione dei diversi contesti. 

E così, in Repubblica del Congo, dopo una nuova vittoria tanto scontata quanto inverosimile del presidente Denis Sassou Nguesso (leggi l’articolo: Denis Sassou NGuesso ancora presidente in Congo dopo 32 anni di potere), la repressione sta continuando il suo corso. Un esempio è appunto quanto riportatomi dagli esponenti di Ras-le-Bol, il movimento congolese che ha intrapreso recentemente un’iniziativa per chiedere la liberazione immediata di Andy Bemba, in prigione da quasi 9 mesi senza processo, in seguito alle proteste nell’ottobre 2015 contro il referendum che ha poi dato il via libera a Nguesso a ripresentarsi alle elezioni.

vedi anche: Ras-le-bol e Sassoufit: i movimenti della Repubblica del Congo e la pagina facebook del movimento

scarica il comunicato sulla campagna di sensibilizzazione sul caso di Ras-le-Bol: pag.1 e pag.2

Come preannunciato qualche mese fa parlando dei movimenti di questi paesi nella rubrica, in quello stesso non lontano 20 marzo in cui Nguesso ha vinto in Repubblica del Congo, anche Mahamadou Issofou l’ha spuntata in Niger. Una ventina di giorni dopo, Idriss Deby Itno si è riconfermato alla testa del Ciad dopo 25 anni di governo.

Vedi anche I movimenti in lotta per la democrazia in Ciad: leader ricercati e arrestati

Urgente: repressione e arresti in Ciad

Croisade e Rotab: appuntamento con la società civile in Niger

In entrambi i paesi, in questo momento, la lotta al terrorismo del gruppo islamista nigeriano di Boko Haram (sostenuta dalle potenze occidentali, tra cui in primis ovviamente la Francia di François Hollande), distrae e fa passare in secondo piano la repressione attuata sulla popolazione, già di solito fatta passare sotto silenzio. Oggi, in Niger, mentre l’attenzione si concentra sull’attentato di Boko Haram del 3 giugno alla città di confine di Bosso, tre giornalisti sono dietro le sbarre per aver pubblicato un documento di dominio pubblico (vedi la richiesta di libertà immediata di Reporters Sans Frontiers). Allo stesso modo, in Ciad, Idriss Deby Itno accorre alle richieste di aiuto del vicino contro l’attacco terrorista, riconfermando l’immagine di paladino della lotta anti-Boko Haram, mentre infligge al suo popolo provvedimenti antidemocratici e repressivi e lo fa precipitare in quella che i ciadiani stessi sui social media dipingono come una crisi sociale ed economica incombente. Insomma, in un’Africa già in lotta per la democrazia, di sicuro il terrorismo non aiuta.

Certo, messo così lo scenario futuro sulla democrazia in Africa appare alquanto tetro. E se all’inizio della rubrica ci si chiedeva se la rosa di movimenti civici e le innovative forze della società civile africana potessero spazzare via i regimi che ancora sopravvivono sul continente (leggi Africa 2016, anno di elezioni e mobilitazioni: verso una primavera sub-sahariana?), vedendo come stanno le cose, un’ondata spontanea di pessimismo potrebbe impadronirsi di qualsiasi oggettivo spettatore dei fatti.

Tuttavia si sa anche che, volenti o nolenti, certi regimi non potranno più reggere le crisi interne e il cambiamento delle società: i nuovi movimenti e la progressiva internazionalizzazione delle proteste, grazie alla globalizzazione e all’operato degli attivisti della diaspora, non potranno che accelerare il processo di democratizzazione. Quando questo cambiamento avverrà, è la grande scommessa.

Luciana De Michele

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