Jacqueline Moudeina, avvocatessa e attivista dei diritti di donne e bambini in Ciad

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Tra le prime donne in Ciad a esercitare la professione di avvocato, militante contro l’impunità e per la promozione dei diritti umani, Jacqueline Moudeina ha lavorato fin dall’inizio al fianco delle vittime del dittatore ciadiano Hissene Habrè. Presidente dell’”Associazione ciadiana per la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo”, nota per il suo coraggio e la sua ostinazione, ha rischiato la vita più volte per il suo impegno nella difesa delle vittime del regime Habré. Sesta puntata del ciclo sui protagonisti del caso Habré della rubrica Personaggi d’Africa.

 

Jacqueline Moudeina 

…Dal 1982 io e mio marito, che era un giornalista ricercato ai tempi di Habrè, siamo stati costretti a esiliarci in Congo Brazaville. Sono rimasta in esilio 3 anni, durante i quali ho approfittato per studiare Diritto. Nel 1988 sono diventata avvocato. Quando mi sono iscritta a Diritto, la mia sola idea era di diventare avvocato e difendere i senza voce. In Ciad era difficile, perchè tra i pochi avvocati che c’erano, noi donne eravamo solo 4, e dovevamo batterci per affermarci (…). Al mio ritorno, dopo la caduta di Habrè, militavo nella nostra associazione contro la violazione dei diritti dell’uomo, di cui allora ero segretaria degli affari giuridici. Mi occupavo molto dei dossier sulle violenze fatte alle donne e ai bambini, sono stata la prima a far applicare una legge che perseguitava chi violava i diritti dei minori, mentre difendevo un ragazzino di 13 anni. Poi l’associazione ha voluto privilegiare la lotta contro l’impunità, e l’esempio che avevamo davanti a noi era il caso Habré. Sulla base dei rapport ordinati dal governo ciadiano, risultavano 40.000 morti e migliaia di persone scomparse. Noi ci siamo detti che tutte quelle persone che avevano condotto quelle atrocità, con a capo Hissene Habré, erano ancora impuniti. Abbiamo iniziato a riflettere sul da farsi, fino a che si è tenuto a livello internazionale il processo di Pinochet, che ci ha ispirato e permesso di avvicinarci a Human Right Watch. Poi abbiamo iniziato a incontrare le vittime…fino alle prime denunce, che abbiamo sporto qui in Senegal nel febbraio 2000 e in ottobre 2000 davanti alle giurisdizione ciadiane rivolte ai complici di Habré. É stata una lunga battaglia, queste denunce in Ciad sono state trattate solo 13 anni dopo, quando nel 2013 qui a Dakar sono state aperte le Camere Straordinarie Africane incaricate di processare Habré.

Il governo di Habrè era caratterizzato dal terrore, che Habré utilizzava per salvaguardare il proprio regime. In una famiglia il marito aveva paura della moglie e viceversa, e entrambi temevano i propri figli: bastava che qualcuno pronunciasse una piccola frase che correva il rischio di sparire. Questa paura domina ancora in Ciad, le persone che hanno vissuto nel periodo di Habré sono traumatizzate, perchè tanti dirigenti dei tempi di Habrè, che hanno commesso delle atrocità, occupano tuttora dei posti di responsabilità. È solo ora che, grazie al processo a N’Djamena di marzo scorso e a questo in corso a Dakar, le vittime che non ne avevano avuto il coraggio iniziano a parlare. Tutti in Ciad concordano nel dire che non c’era una mosca che poteva volare senza che Habré non ne fosse a conoscenza. Era informato anche di cose che non avrebbero dovuto riguardare il presidente della Repubblica. Lui in persona controllava tutto il sistema. Si può dire che non c’è una famiglia che, direttamente o indirettamente, non sia stata toccata dalla repressione. (…)

Moudeina, Guengueng, Abaifouta.

Jacqueline Moudeina con Souleymane Guengueng e Clement Abaifouta, due vittime del regime Habré, durante la conferenza stampa a Dakar dopo l’apertura delle Camere Straordinarie Africane nel 2013.

Noi continuiamo a fare anche della sensibilizzazione per far comprendere a chi è nato dopo la cacciata di Habré che cosa realmente sia successo. Bisogna che i giovani conoscano questa parte della storia del loro paese, anche se buia. (…)

Ci sono donne che sono state arrestate, detenute a N’Djamena e poi deportate a nord nelle basi militari per servire da oggetto sessuale ai militari. Da noi non si parla di violenza sessuale, è troppo vergognoso, e queste donne che lo hanno fatto davanti alla barra e a tutto il mondo sono state molto coraggiose. Non tutte hanno accettato di farlo.

Durante questa battaglia ci sono stati tuttavia anche momenti difficili e pericolosi: tra quelli più recenti, il più grave è avvenuto l’11 giugno, quando sono stata vittima di un attentato con una granata, perpetrata da un poliziotto dei tempi di Hissene Habrè, che durante le elezioni di Idriss Deby nel 2001 era il commissario di tutte le unità di polizia. Stavo organizzando delle donne a protestare durante le elezioni…Sono rimasta 15 mesi a letto in Francia per curarmi, ho subito 4 operazioni ma continuo ad avere problemi. Mi capita che non posso più camminare e devo mettermi a letto per qualche giorno. Sono stata anche pedinata fino a davanti a casa mia, mentre un’altra volta sono stata seguita da un veicolo all’uscita di uno studio televisivo, mentre volevo tornare a casa…Vivo continuamente sotto pressione, sfortunatamente.

Per ascoltare parti della testimonianza integrale originale, guarda il video:

Ascolta la dichiarazione alla stampa di Jacqueline Moudeina il giorno di apertura del porcesso a Habrè, il 20 luglio 2015.

 

 

Luciana De Michele

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