Elezioni in Gambia/4. Yahya Jammeh ammette la sconfitta: fine della dittatura in Gambia

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Nessuno lo avrebbe detto. Né in Gambia né all’estero. Eppure, Yahya Jammeh ha stupito il suo paese e tutto il mondo ammettendo la sconfitta, senza battere ciglio. Nessuna frode, alcun tentativo di contestare i risultati, niente violenze: un’uscita di scena corretta e democratica, tanto da sembrare inverosimile.

fine dittatura gambiaIl copione che per quattro volte si è ripetuto identico con delle elezioni farsa, questa volta è stato stravolto: gli 880.000 elettori hanno votato l’1 dicembre nella calma, indirizzando il 45,5% dei voti a Adama Barrow, il 36,7% a Jammeh e il 17,8 a Mama Kande. Jammeh si è dichiarato perdente in Tv congratulandosi con l’avversario, la popolazione è scesa in strada nella capitale Banjul a festeggiare, i media internazionali, nello stupore generale, hanno annunciato la fine di una dittatura e l’inizio di una nuova era per il Gambia.

Da un’intervista realizzata dai media francofoni (Rfi, France24, Tv5, Jeuneafrique) a Adama Barrow il 3 dicembre, pare che Jammeh abbia intenzione di restare in Gambia, tornare al suo villaggio e dedicarsi alla sua fattoria. Barrow, dal canto suo, non sembra preoccupato dalla cosa (o non lo dà a vedere, ovviamente), e non teme che, nel periodo di tempo che lo separa dalla legale presa di potere, Jammeh possa escogitare qualcosa per non lasciargli il posto.

Personalmente, oltre a gioire, sono molto scettica e perplessa: come può un dittatore abituato per 22 anni a essere il padrone indiscusso di un paese (per quanto piccolo sia), a fare il bello e cattivo tempo, a alzarsi la mattina e ordinare di giustiziare i prigionieri nelle carceri, dichiararsi presidente a vita per volontà di Dio, con poteri soprannaturali come quelli di guarire tradizionalmente l’Aids, arrivato al potere nel 1994 da giovane militare ed ex-lottatore di wrestling, levare le tende in modo così silenzioso e tranquillo, ancora 51enne?

bandiera gambiaNon sono di indole pessimista, e non voglio presagire un drastico e negativo cambiamento della situazione al popolo gambiano. Preferisco festeggiare con quanti hanno lottato per la democrazia e la libertà fuori e dentro il Paese, pensando che qualcuno di abbastanza importante abbia parlato a Jammeh, o che magari sia segretamente malato, o che semplicemente abbia capito di essere solo, in minoranza: di non avere più il sostegno di un tempo e, soprattutto, di avere contro non solo un’opposizione per la prima volta così organizzata e unita, ma la maggior parte del popolo. Quando un tiranno, per quanto feroce sia, si rende conto che il popolo non ha più paura, è cosciente che per lui è l’inizio della fine. Se così fosse, per una volta, “saggio” Jammeh che lascia il potere senza contestare e causare sanguinosa violenza: cose rare per un dittatore di questi e di altri tempi.

Del reManifestazione dakar gambiasto, che dire, l’Africa è solita a stupirci. Inoltre, come tutti i cambiamenti e le rivoluzioni del mondo possono arrivare nel momento e nelle modalità impensate. Come dalla calma può scoppiare il caos all’imp
rovviso, così dalla tensione può arrivare la quiete e la soluzione altrettanto inaspettatamente. È successo anche in Senegal nel 2012, quando i tumulti di piazza pre-elettorali si sono tradotti poi nel trionfo della democrazia attraverso il semplice e calmo voto alle urne del popolo.
Ancora una volta, allora, l’Africa ci ha insegnato qualcosa: a non dare niente per scontato, a lottare sempre contro i tiranni e a non smettere mai di sognare.

Oggi, come mai nella Storia del Gambia, siamo tutti gambiani, we are all gambians.

 

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Elezioni in Gambia/1. Il Gambia di Yahya Jammeh in campagna elettorale.

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Manifestazioni, arresti, tortura, omicidi in Gambia: verso la fine della folle dittatura di Yahya Jammeh

 

Luciana De Michele

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