Manifestazioni, arresti, tortura, omicidi in Gambia. Verso la fine della folle dittatura di Yahya Jammeh?

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Yahya Jammeh, il dittatore del più piccolo paese del continente africano, torna a far parlare di sè. Sfortunatamente, lo fa ancora una volta a causa della crudele repressione, mai come ora così alla luce del sole. Un’escalation di malefatte, contro l’opposizione interna, ma che hanno coinvolto anche il Senegal. E mentre Yahya Jammeh evacua sua moglie in Marocco e il mondo lo condanna, sono in tanti a chiedersi se si possa parlare di un’imminente primavera gambiana. Dopo 22 anni di folle regime.

 

Un’assurda invenzione coloniale.

Del Gambia si parla generalmente poco. Con una superficie di quasi 11.000 km² e una popolazione di circa 1,9 milioni di persone, è il più piccolo e meno popolato paese dell’Africa continentale: una striscia di terra che si prolunga all’interno del territorio senegalese, e che si affaccia per qualche chilometro di costa occidentale sull’Atlantico: ecco un esempio dell’assurda dominazione coloniale occidentale, che si spartì l’Africa a tavolino disegnandone i confini spesso con il righello e si scambiavano terre in funzione dei propri interessi. Fu così che, per avere uno sbocco sul mare, la Gran Bretagna si mantenne quella striscia di terra all’interno del territorio coloniale francese, l’attuale Senegal: da allora, le stesse popolazioni (wolof, peul, diola, mandinga, tra le altre), racchiuse in confini diversi, si ritrovano a parlare le stesse lingue locali ma idiomi ufficiali diversi. E, soprattutto, chi ha avuto la fortuna di nascere dopo le indipendenze in Senegal, vive oggi in democrazia; gli altri, sotto dittatura.

Manifestazione GambiaIl Nerone africano.

Eh sì. Perchè dal 1994 l’allora 29enne Yahya Jammeh ha attuato un golpe, destituito il presidente Dawda Jawara e imposto una crudele e capricciosa dittatura, fatta di improvvisi e spesso assurdi provvedimenti, sparizioni, uccisioni e utilizzo della tortura: nei confronti di oppositori politici, giornalisti e di qualsiasi voce dissidente. Aggiungiamoci una certa dose di avversione verso l’Occidente (in termini di “anti-imperialismo“), e il quadro è almeno sommariamente chiaro: nel marzo 2014 Jammeh ha proclamato l’arabo lingua ufficiale del paese al posto dell’inglese, nel giugno 2015 ha cacciato la rappresentante dell’Unione Europea in Gambia e nel dicembre 2015 ha proclamato il Gambia una Repubblica Islamica, lasciando la cinquantina di chiese presenti sul territorio nell’incredulità e preoccupazione. Padrone indiscusso di un paese-provincia, “Sua Eccellenza Cheikh Professore Alhaji Dr. Yahya Ajj Jammeh Babili Mansa” (“costruttore di ponti”, in lingua mandinga), ha potuto finora agire indisturbato. Se l’Occidente, al di là che condannarne verbalmente le malefatte, è troppo disinteressato per mettersi più in gioco a favore di un paese così piccolo e povero di materie prime, il Senegal ha finora cercato di gestire le controverse relazioni con un vicino che, pur cosciente che la propria economia e la vita stessa della sua popolazione dipenda in realtà dal paese che lo circonda, non esita a lanciargli provocazioni. Le ultime, hanno rischiato di rivoltarglisi contro.

Per approfondimenti su Jammeh, leggi il mio articolo su Nigrizia Jammeh, l’indulgente dittatore. 

 

L’attuale escalation: gli avvenimenti. 

La prima delle ultime trovate di Yahya Jammeh, che hanno acceso la miccia dell’attuale crisi, è stato un provvedimento che ha poi avuto come conseguenza il blocco della transgambiana, nel mese di marzo. Tutto è iniziato con la decisione di Yahya Jammeh di aumentare smisuratamente le tasse per il passaggio delle merci alle frontiere. I sindacalisti dei trasportatori senegalesi hanno deciso allora di boicottare i passaggi di confine fino a che si è arrivati al blocco delle frontiere. Mentre i due governi restano sulle proprie posizioni, è la popolazione che sta pagando la situazione: non solo ormai i commercianti, gambiani e senegalesi, che stanno già valutando le perdite economiche di prodotti persi o bloccati in frontiera e cercano già di cambiare mestiere, ma tutta la popolazione. Ad andarci di mezzo infatti ci sono senegalesi bloccati o residenti in Gambia, gambiani che dipendono per vivere in qualsiasi cosa dall’arrivo dei prodotti dal Senegal, e così via. A peggiorare la situazione, è stato il 16 aprile l’arresto di quattro membri di una delegazione del Ministero dell’Ambiente senegalese, che si sarebbero per sbaglio addentrati in territorio gambiano dalla foresta alla frontiera tra i due paesi, mentre conducevano una missione sul fenomeno del disboscamento illegale. I quattro sono stati poi liberati il 19 aprile.

È il 14 aprile che invece erano iniziati i problemi interni in Gambia. Yahya Jammeh ha infatti violentemente fatto reprimere una manifestazione pacifica del partito all’opposizione Udp (Partito Democratico Unito), che chiedeva delle riforme elettorale in vista degli scrutini presidenziali previsti per dicembre. Durante la manifestazione sono stati arrestati Solo Sandeng, uno dei responsabili del partito, e altri esponenti. Alla notizia della morte in seguito alla tortura di Sandeng e della disparizione di due donne, sono seguite nuove manifestazioni, violenze e arresti, tra cui quello dell’avvocato Ouisainou Darboe. Frederik Tendeng è un giornalista gambiano in esilio a Dakar, attivista contro il regime di Jammeh dal Senegal. È lui ad aggiornarmi:

Delle due persone che erano state arrestate con Sandeng non si sa più niente, la militante Fatoumata Diawara è stata vista durante il processo e il giornalista Alioune Cissé è riuscito a scappare, ma sembra in cattive condizioni di salute. Ci sono oggi 36 militanti dell’opposizione in prigione, militanti dell’Udp, ma non solo. E tra l’altro, quando ci sono stati gli arresti, i poliziotti se la sono presa anche con persone in strada, passanti. La società civile c’è solo di nome in Gambia, le persone veramente attive sono all’estero. Pensate che una volta un giovane ha indossato una maglietta con uno slogan “End dictatorship now”: la persona è stata arrestata è condannata all’ergastolo, mentre il ragazzo che ha fatto la maglietta è stato torturato ed è morto in prigione. 

Reazioni

Le reazioni indignate dei governi occidentali (Stati Uniti, Unione Europea) e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani non si sono fatte attendere. Tuttavia è proprio da parte del Senegal e della comunità africana l’esitazione più preoccupante. Sul problema alla frontiera, il presidente senegalese Macky Sall non ha preso l’iniziativa, ma tuttavia ha lasciato fare. Sulla questione dell’arresto dei quattro funzionari arrestati, la situazione avrebbe potuto degenerare, ma è bastata immaginare l’idea di un intervento militare da parte del Senegal per dissuadere Jammeh. Ma a toccare Macky Sall ora, è anche la repressione interna dell’omologo gambiano. E non solo in qualità di presidente del solo paese confinante, ma soprattutto in quanto presidente in esercizio della Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale). Più di una voce, in Senegal, ha chiesto un intervento reale della comunità africana e della Cedeao, che vada oltre le dichiarazioni.

“We are all gambians!”: la manifestazione a Dakar.

 

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Attivisti ed esponenti della società civile gambiana e senegalese lo hanno fatto venerdì 22 aprile, durante la manifestazione organizzata alla Place de l’Obelisque a Dakar in solidarietà al popolo gambiano, per chiedere un’inchiesta affinchè gli assassini di Sandeng siano portati davanti alla giustizia e la fine del regime di Yahya Jammeh.

Qualche centinaio di persone si sono ritrovate alla Place de l’Obelisque con magliette “Abbastanza è abbastanza. Jammeh deve andarsene”, “Fine del terrore in Gambia“, “Siamo tutti gambiani”. E mentre la folla brandiva cartelli con slogan inneggianti le libertà in Gambia e la liberazione dei prigionieri politici, al microfono si susseguivano gli interventi di membri di organizzazioni, esponenti del partito gambiano Udp, di rifugiati gambiani, di cittadini senegalesi solidali.

Alioune Tine è un grande esponente della società civile senegalese, oggi coordinatore di Amnesty International Senegal:

Siamo protetti dal protocollo della Cedeao sulla buona governance e sulla democrazia, che difende le libertà fondamentali, e dalla Carta africana dei diritti dell’Uomo dei popoli. La sede della Commissione Africana si trova in Gambia, e in questo paese per il fatto semplicemente di manifestare pacificamente per esprimere le proprie opinione si rischia la vita…diciamo no, lo rifiutiamo! In presenza di una situazione pre-elettorale così tesa, che crea delle tragedie di questo tipo, non sono dei comunicati stampa che la risolvono, le leadership africane devono riunire tutte le parti in gioco, discutere per avere un codice consensuale affinchè si vada verso elezioni trasparenti e democratiche…il Gambia non è la proprietà di qualcuno che esercita un potere tirannico, d’oppressione, fondato sulla paura, no! Oggi siamo qui per dire che vogliamo una Cedeao di popoli solidali per difendere le libertà e i diritti fondamentali.

Un rapper pericoloso…per il regime. Tra i gambiani in piazza a Dakar a denunciare la dittatura, c’era anche il 28enne rapper Killa Ace, rifugiato in Senegal dal giugno 2015. Quando era in Gambia, la sua canzone Ku Boka C Geta (“Quelli che appartengono al gregge”) gli è costata le minacce da parte del regime: da lì, la decisione di lasciare il paese. Di seguito il video del suo intervento durante il sit-in.

…Gli imam, gli artisti, i politici, tutti devono avere la possibilità di dire quello che pensano: Ma perché in Gambia no? Oggi tutti i figli del Gambia sono stanchi, i vecchi, i giovani, tutti le voci sono spezzate, il Gambia è in un buco nero. È tempo per i gambiani di alzarsi e prendere in mano il loro avvenire. Per questo dico che la rivoluzione inizia ora. Tutti hanno una responsabilità in questa storia, è tempo che la gente si assuma le proprie responsabilità! Il Gambia non è proprietà di Yahya Jammeh, il Gambia appartiene a noi, popolo gambiano! È il momento di unirsi, non ci sono differenze tra i gambiani, è brutto distinguerci in base all’etnia, siamo tutti uguali (…) Il 2016 deve essere l’anno del cambiamento: noi gambiani che viviamo in Senegal siamo pronti a sostenere i nostri fratelli rimasti nel paese se sono pronti a lottare contro Jammeh!

 

Luciana De Michele

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