Ramadan a Dakar/3. Finalmente l’ora dello “ndogou”: il caffè è servito

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Terza e ultima parte di un racconto sullo ndogou senegalese, di una giornata insieme ai Bayefall. Si sente il caldo asfissiante, l’aroma del caffè, la trepida attesa. E poi, la vita che brulica per le strade e il vociare della gente in festa: la fine di un digiuno, a Dakar, nel cuore dell'”Islam animista” a sud del Sahara e della vita quotidiana all’Unité 7 di Parcelles Assainies. Reportage e fotoracconto.

Prima puntata: Lo “Ndogou”: pane e caffé Touba per tutti.

Seconda puntata: Pochi attimi prima dello ndogou.

 

I bambini e qualche donna del quartiere cominciano a venire con caraffe e contenitori, in cui Abou e Badou iniziano a versare caffè. Sono le 19.30, mancano undici minuti all’interruzione del digiuno. Io inizio a sistemare tutti i bicchieri di plastica in uno dei tre grandi vassoi rotondi, e poi attendo con gli altri che Abou versi la bollente bevanda nera in ciascuno di essi: non senza prima averla lungamente mischiata versandola e riversandola all’interno nel pentolone con il bicchierone da un’altezza di mezzo metro. Alle 19.40 sale la concitazione, mancano gli ultimi bicchieri e bisogna fare presto. Quando ecco che finalmente i più giovani del gruppo afferrano i tre grandi vassoi e iniziano a percorrere i trenta metri che separano il luogo della tettoia della preparazione alla strada. Gli altri ed io corriamo loro dietro: lo ndogou ha finalmente inizio. Si svolge tutto velocemente e con la voracità di chi ha fame e sete, cosa che accomuna chi dona e chi riceve. In strada, passanti e abitanti delle case vicine accorrono a prendere i bicchieri, mentre io con gli altri li prendiamo dai vassoi e ci apprestiamo a darli agli autisti e ai passeggeri delle auto, dei taxi e dei “tatà” (piccoli autobus bianchi, uno dei mezzi pubblici locali), mentre Bayefall distribuisce il pane che preleva dal suo sacco rosso. In una decina di minuti tutto è finito. Si aspetta che gli ultimi passanti finiscano di abbeverarsi di acqua dal secchio che Modou aveva appositamente portato e lasciato al lato della strada, e poi si torna tutti insieme sotto la tettoia. «Tu dai sempre l’ultimo bicchiere, non l’avevi notato?», mi dice Abas. Lui spesso canta durante la distribuzione dello ndougou, intonando felice lodi a Allah e a Cher Ibrahima Fall. «Sei sempre tu che concludi il nostro ndogou, non è un caso, e questo è bello». Abbas non finisce neanche di parlare che un passante ci ferma: «Sei musulmana?». «No», rispondo. «Ma è bello quello che fai, è un buon gesto, sei sul giusto cammino», insiste l’altro. Io ringrazio sorridendo ironicamente, e raggiungo con Abbas gli altri. Finalmente anche i Bayefall possono bere, e si accodano per ricevere il loro bicchiere di caffè Touba, prima di prendere la loro parte di baguette equamente suddivisa tra le tre disponibili. Abbas mi porge un bicchiere di caffè ancora prima di bere, rigorosamente con la mano destra, dicendomi semplicemente «Bismillahi», “prego, in nome di Allah”. Badou mi porge la mia parte di baguette e io, che non ho digiunato, mi sento in colpa e chiedo se ce n’è abbastanza per tutti. Ma in coro tutti mi intimano di prenderla: «Tu fai parte della famiglia, si condivide, prendi!», mi dice Badou. Commuovendomi, prendo il pane e mi siedo di fronte alla tettoia, a pochi metri da loro, a osservare la scena piena di riconoscenza verso questi giovani che, per quanto consapevoli del fatto che appartenga a una cultura diversa dalla loro e che non abbracci la loro fede, mi hanno sempre accolto come una di loro e coinvolto nello ndogou. «Hai visto? Questo è il nostro Islam, questo è il vero Islam, la pace e la condivisione. Non come pensate voi vedendo i terroristi alla televisione! Quelli che si fanno saltare in aria non sono veri musulmani» mi dice Doudou, sedendosi accanto a me. Io annuisco con approvazione e poi torno a immergermi nell’atmosfera.

La notte che vuole avanzare tinge di blu intenso il cielo sopra di noi, uno dei pochi lampioni del quartiere illumina con una luce gialla surreale giusto la nostra tettoia, dietro cui spicca la cupola bianca della mosche del quartiere. Seduti, in silenzio, i miei amici bayefall finalmente si gustano il cibo facendo girare tra loro i bicchieri di caffè Touba. Io mi giro e lancio uno sguardo dietro di me, a questa via sabbiosa di Parcelles Assainies, quartiere periferico e popolare di Dakar dove vivo, che non mi è mai apparsa così bella. Ora anche le donne, dopo aver finito di servire pane con salse fatte in casa ai clienti, finalmente consumano il loro ndogou, mentre i bambini giocano. Tutti volti ormai a me cari e conosciuti. Torno con lo sguardo ai miei amici byefall, che ora, ben rinfocillati, si sono messi a pulire pentole e secchi cantando tutti insieme lode ad Allah, attirando tutti i bambini del vicinato. Io, in disparte, li guardo, e mi tornano alla mente le parole di Djibril, uno dei bayefall del quartiere ora lontano, che mi diede la prima definizione: “per me essere bayefall vuol dire donare agli altri, con amore disinteressato”. E una pace calma, un senso di comunione e una gioia incontenibile strabordano dal mio cuore.

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Luciana De Michele

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