Ramadan a Dakar/2. Pochi attimi prima dello “ndogou”

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Talla ha portato il pentolone di ghisa, Abas ha acceso il fuoco e racimolato la legna. Doudou e Badou, attorno al fuoco, fanno i conti. Ormai il caffè Touba è quasi pronto, e, in attesa dell’ora di interruzione del digiuno, i bayefall preparano i bicchieri sui vassoi e iniziano a riempirli della calda e speziata bevanda. Di tanto in tanto, bambini e abitanti del quartiere vengono a chiederne un po’ con le loro caraffe. Il tutto, mentre Amath e gli altri mi raccontano l’origine del bayfallismo…seconda parte del racconto con fotogalleria dello ndogou: un ramadan tutto senegalese, in un quartiere popolare di Dakar.  

Leggi la prima parte (Lo “ndogou”: pane e caffé Touba per tutti).

 

condivisione allo ndogou(…) Amath è così soprannominato perché tutta la sua famiglia è bayefall, come i ragazzi che preparano lo ndogou davanti a me. I Baye Fall costituiscono una particolare branca del muridismo: seguaci, cioè, oltre che degli insegnamenti del profeta Maometto e di Cheikh Amadou Bamba, anche di quelli di Chekh Ibrahima Fall, da cui prendono il nome stesso (“Baay” in wolof significa “padre”). In qualità di miglior discepolo di Cheikh Amadou Bamba, Cheikh Ibrahima Fall ha consacrato la sua vita a far conoscere il valore santo della sua persona e a diffonderne gli insegnamenti. Al centro della sua filosofia di culto religioso e di vita, Ibrahima Fall ha esasperato il senso del lavoro, inteso come darsi totalmente a Dio attraverso il donare agli altri. «Oggi è una giornata speciale», mi annuncia Byefall dopo avermi salutato, in questo ventesimo giorno di Ramadan (“Leylatoul Qadr”, in arabo, “la notte del destino”). Questa notte, infatti, i musulmani senegalesi si ritroveranno sotto grandi tendoni intorno per leggere alcune parti del Corano, al fine di celebrare la notte in cui il testo sacro è stato donato da Dio agli uomini. Per i Baye Fall, tra l’altro, l’avvenimento coincide con un altro giorno importante: l’incontro di Cheikh Ibrahima Fall con Cheikh Amamdou Bamba. «Ibrahima Fall faceva parte di una famiglia nobile di rango reale, e, contrariamente a quanto molti pensano, aveva una grande cultura e conosceva bene il Corano. Una notte ha avuto un sogno premonitore, in cui una voce gli ha suggerito di andare in cerca di Cheikh Amadou Bamba e di dedicarsi poi totalmente a lui. Così Ibrahima Fall ha lasciato tutto e ha peregrinato a lungo fino a trovare colui che subito ha identificato essere l’eredità del profeta Mohammad», spiega Byefall.

«Essere Bayefall vuol dire essere puro, corretto e un buon lavoratore. E malgrado Cheikh Amadou Bamba avesse riconosciuto il valore di Ibrahima Fall, furono in tanti allora a considerare Fall un pazzo, a causa del suo modo di reinterpretare la pratica islamica. I suoi seguaci infatti sono dispensati dal pregare e dal digiunare, perchè per lui erano più importanti la purezza di cuore e i buoni atti, da realizzare con un lavoro assiduo, piuttosto che delle pratiche fine a se stesse, che la gente ripete spesso in modo formale. Per noi, dunque, il fatto di pregare o digiunare non è obbligatorio. Anche qui tra di noi, c’è gente che, digiunando, dedica i primi venti giorni del mese a Serigne Touba; il resto dei giorni, li consacrano invece a Cheikh Ibrahima Fall, interrompendo il digiuno. Per lui, però, restava essenziale non dimenticarsi mai di Dio, motivo per cui nel Corano sono prescritte le cinque preghiere quotidiane. Cheikh Ibrahima Fall ha dunque sostituito la preghiere con i canti di lode a Dio, la cui base è lo è lo Zikr, che noi chiamiamo Sikkar (“La Ilaha Illallah”, “Non c’è Dio eccetto Allah”). Capirai anche tu che per i fedeli delle altre confraternite e anche per parte dei murid era considerata eresia il fatto di non praticare alcuni dei pilastri dell’Islam», continua ininterrottamente a spiegarmi Bayefall con entusiasmo. Appena mi nomina i canti, la mia mente vola ai flash-back di tutte le notti in cui vi ho assistito incantata, di fronte a giovani che, in abiti normali o con una tunica bianca, cantavano urlando lodi a Dio, al Profeta, a Cheikh Ahmadou Bamba e Cheikh Ibrahima Fall, mischiando l’arabo al wolof, girando in cerchio a ritmo attorno ai tamburi, per ore e ore, in cerca dell’estasi: un esempio perfetto di sincretismo tra il sufismo islamico e il retaggio di pratiche animiste o comunque tradizionali africane.

Il rumore delle monete che Moussa fa saltare dentro la caratteristica scodella di legno (Keul) mi riporta alla realtà, facendomi pensare a quanti occidentali come me, ignari di quanto Bayefall mi racconta, giudicherebbero come fastidiosa elemosina quanto Moussa stia facendo, sebbene lo faccia in un modo totalmente diverso rispetto ai folcloristi Bayefall dai vestiti vistosi e colorati, che chiedono soldi nelle strade di Dakar. Leggendomi quasi nel pensiero Bayefall continua: «Vedi, Moussa indossa il cappello tipico dei Bayefall, di cotone pesante nero o marrone, con un pon pon in cima, e sta facendo il Majjaal. Chiediamo un piccolo contributo alla gente affinchè ci sostenga per lo ndogou: quello che racimoliamo lo mettiamo in cassa per continuare a comprare caffè. Ma, a parte ora, alcuni Baye Fall possono chiedere soldi per la propria guida spirituale, il marabout, che poi li utilizza comunque per la comunità o per preparare degli eventi religiosi: una pratica che, tra l’altro, ti insegna a essere umile. In ogni caso, nel bayefallismo è severamente proibito intascarsi i soldi che si chiedono!», spiega ancora Amath, che poi ci tiene a precisarmi come i rasta che chiedono insistentemente soldi nelle strade di Dakar abbigliati con casacche ndiakhass (tessuti creati cucendo stoffe dai colori vivi diversi) e “thiaya” (pantaloni dal cavallo largo), vestiti tradizionalmente associati ai bayefall, rovinino l’immagine dei veri Bayefall, tuttora non totalmente accettata neanche tra i mourid. «Sebbene predicasse la semplicità, Cheikh Ibrahima Fall raccomandava di essere sempre puliti e curati. Lui stesso poteva portare anche abiti costosi con cui poi andava a lavorare nei campi, a mostrare la pratica dell’umiltà. «Ma allora da dove viene l’origine dello ndiakhas?», chiedo. «A volte, proprio perché non aveva tempo di farsi fare vestiti, da gran lavoratore che era, Cheikh Ibrahima Fall faceva rattoppare scarti di stoffe diverse», risponde Bayefall. «Per me è simbolo anche del nostro spirito africano, di trovare sempre una soluzione agli ostacoli, di non lasciarsi scoraggiare e andare avanti fieri, a cuore e spirito alto», aggiunge Badou. «E il significato dei rasta?», domando io ancora. «È lo stesso principio. Ibrahima Fall non aveva tempo di curarsi i capelli e dunque li lasciava crescere…», puntualizza Amath. «In ogni caso, è stato lui a iniziare la pratica dello ndogou per gli altri: lo preparava e poi lo portava a Cheikh Amadou Bamba, che poi lo distribuiva ai fedeli…

Fine seconda parte. Appuntamento a lunedì prossimo!

Guarda la galleria di foto: 

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Luciana De Michele

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