Elezioni in Gambia/5. Video-intervista. Retsam, rapper e attivista gambiano: «siamo pronti a impiantare in Gambia un movimento per la democrazia»

Post By RelatedRelated Post

Una settimana dopo la gioia e i festeggiamenti, il Gambia ripiomba in un’inquietante attesa, ostaggio com’è delle eccentriche e imprevedibili cambiamenti di comportamenti del presidente appena sconfitto alle urne.

Yahya Jammeh, dopo aver promosso l’8 dicembre 250 militari per cercarne il sostegno, è infatti apparso alla televisione nazionale la sera del 9 dicembre per rigettare i risultati che aveva accettato una settimana prima e chiedere nuove elezioni. Le reazioni di condanna sono arrivate a pioggia la notte stessa e il giorno seguente: degli Usa, dell’Onu, dell’Ue, della Cedeao, e soprattutto del Senegal, che, secondo la stampa senegalese, pare aver già posizionato un commando di 100 forze speciali alla frontiera con il Gambia. Ieri Jammeh ha cambiato strategia, annunciando di voler far ricorso alla Corte Suprema, anche se l’ultimo giorno disponibile per farlo legalmente è proprio oggi, giorno feriale in Gambia.
Oltre alle reazioni istituzionali, Jammeh pare aver perso la battaglia su Internet: se durante le elezioni aveva tagliato internet e le comunicazioni telefoniche, il 10 dicembre sono stati piratati il sito della presidenza e del principale quotidiano Daily Observer. Al loro indirizzo web, appariva la foto del neo-eletto presidente Adama Barrow con la frase «A luta continua, vitoria è certa». In questo momento, i siti sono comunque bloccati.

Sembra insomma che Jammeh, dopo aver avuto il tempo di riprendersi dopo la doccia fredda dei risultati elettorali o per paura ora di andare in prigione o di essere trascinato davanti alla Corte Penale Internazionale (se Barrow deciderà di reintegrare il Paese dopo che proprio Jammeh aveva deciso di far uscire a fine ottobre), si giochi disperatamente tutte le carte che gli vengono in mente per non lasciare il potere. Consapevole di essere sempre più isolato, dentro e fuori il Paese.

leggi l’articolo su Nigrizia.it: Jammeh ci ripensa

Africalive, che aveva già espresso le sue perplessità a proposito dell’immediata ammissione della sconfitta da parte di Jammeh, aveva preferito unirsi ai festeggiamenti della fine della dittatura e dell’inizio della nuova era in Gambia (leggi Yahya Jammeh ammette la sconfitta: fine della dittatura in Gambia). E, siccome vuole ancora sperarlo e scongiurare un imminente bagno di sangue, propone oggi nella rubrica Personaggi d’Africa” proprio un artista e un attivista in esilio e membro della diaspora gambiana. Africalive lo aveva incontrato a Dakar qualche giorno prima del volta-faccia di Jammeh.

Jerreh Badji, nome d’arte Retsam,

è un rapper e attivista gambiano di 27 anni, in esilio in Senegal dopo aver partecipato alle manifestazioni di aprile scorso in cui l’Udp, il partito dell’opposizione che ha appena vinto alle eleziRetsam, rapper gambiano in esiliooni, chiedeva il corpo di un loro leader morto in seguito alle torture in carcere il giorno precedente. Retsam ha iniziato la sua carriera nel 2005 nel gruppo Grandiz Kroo. Il suo primo single solo che lo ha reso celebre in Gambia è “Loving You”. Soprattutto negli ultimi anni i suoi testi miravano a denunciare la situazione di oppressione e di corruzione del suo paese. Oggi l’artista sta lavorando a due progetti: un lavoro personale intitolato “De-Light”, con l’incisione di due singoli, “AhFreeCar”, “Power Of Freedom” e un lavoro con Grandiz Kroo che ritraccia i 10 anni del gruppo. Inoltre, Retsam si sta attivando sulla promozione del suo marchio di abiti Chambaii, da lui creata (www.chambaiimusic.com).
In Gambia, Retsam contribuiva alla promozione dei giovani artisti attraverso la piattaforma The Cypher fondata dal rapper Kylla Ace. È proprio con lui che oggi Retsam pianifica finalmente di impiantare un movimento di attivisti per la democrazia in Gambia, “Gem sa bop” (dal wolof, “credi in te stesso”): lotta che sotto il regime Jammeh era possibile solo per i giovani della diaspora. Durante il periodo elettorale Retsam ha inciso una canzone e realizzato un video “Power Of Freedom-dafadoy, «per per spingere la gente a vedere la realtà delle cose, l’oppressione, la dittatura, cosa sta succedendo ora nel Paese».
Come altri esiliati gambiani, ha passato le notti precedenti al voto in bianco, a cercare di convincere sulle reti sociali i giovani connazionali a recarsi alle urne. E ora, la parola a lui.

 

Traduzione:

Mi chiamo Retsam Jerreh Badji, sono nato a Tripoli nel 1989, sono un rapper e un attivista gambiano parte di un gruppo hip-hop che si chiama Grandiz Kroo e parte di un movimento di freestyler in Gambia, The Cypher. Sono anche un imprenditore, e ho una linea di vestiti che si chiama Chambaii. La puoi trovare ovunque, ne indosso ora una maglia.

Sono parte del team di attivisti “Gem Sa bopp” con Killa Ace, cerchiamo di promuovere l’educazione civica, la giustizia e la corruzione in Gambia. Lo facciamo attraverso i social media e lottiamo per eliminare i problemi che opprimono la gente in Gambia. Contiamo di realizzarlo meglio quando ritorneremo in Gambia. Attualmente sono un artista in esilio in Senegal, a Dakar, dall’aprile dl 2016 dopo le manifestazioni di protesta a cui ho preso parte in Gambia, promosse dal leader dell’Udp, Ousseynou Darboe e tutta la compagnia. Ne ho fatto parte e le foto sono su tutti i social media, e per questo ne sono diventato una sorta di figura pubblica. Dopo le manifestazioni sono iniziati gli arresti, alcune persone mi hanno consigliato di lasciare il paese per un po’ con la speranza di tornare, ma da quando sono a Dakar non sono potuto tornare perchè sono stato minacciato due volte attraverso i social media e ho pensato dunque che fosse meglio restare.
Ho studiato musica nel 2005 con il mio gruppo Grandiz Kroo con Lil Yacs (…), eravamo tanti, ma abbiamo iniziato a rappare su storie di gangstare, ma quando siamo cresciuti ci siamo resi conto che la vita non è fatta di queste cose, e che il rap è uno strumento per poter parlare degli oppressi, per combattere l’ingiustizia e anche promuovere la cultura nera. Così ho deciso di spostarmi sul rap del mio paese, di parlare della mia società, della mia comunità e anche appoggiare l’attivismo allo stesso tempo. La maggior parte delle volte parlo di come migliorare la propria vita, come combattere la corruzione, promuovere la giustizia…(…).
Il giorno della manifestazione ho chiamato gli altri del movimento rapper affinchè andassimo alla manifestazione. Abbiamo camminato e dopo 300 metri dei militare sono arrivati di fronte e da dietro. Prima di tutto hanno sparato in aria per spaventarci, e poi hanno iniziato a spingerci. I leader allora non hanno sopportato la situazione e hanno iniziato a lanciare pietre anche se la manifestazione inizialmente era pacifica. Abbiamo quindi iniziato a lanciare pietre e qualsiasi cosa, ma sono dovuto correre via per salvarmi la vita, se fossi rimasto sarei finito in prigione o sarei morto. Chiedevamo il corpo di Solo Sandeng, che si pensava fosse morto. Lo slogan della protesta era “Solo Sandeng, vivo o morto”; siamo stati attaccati, picchiati, alcuni hanno perso la vita.
Credo che il mio attivismo abbia contributo molto nelle coscienze delle persone e a incoraggiarle a coinvolgersi in politica, (…) In quanto rapper, vista l’influenza sui giovani, credo che il mio ruolo sia stato cruciale perché i social media sono potenti, usiamo tanto facebook e twitter per parlare ai giovani, ma anche whatsapp, per creare gruppi, comunicare, insegnar loro e incoraggiarli ad andare a votare ….la vittoria di oggi si spiega anche grazie al ruolo della diaspora nel raccogliere e dare informazioni, che in Gambia sono controllate: è difficile avere un’autentica informazione dentro al paese. Attualmente le persone della diaspora e gli intellettuali hanno accesso alle info, e le persone come me possono diffondere le info e i messaggi a tutti i fans che ti seguono sui social network.
I gambiani erano pronti, l’esercito era pronto, dovevamo darci una possibilità, fare qualcosa di grande difendendo la popolazione invece degli interessi di Yahya Jammeh. Tutti erano stanchi, tutti erano scontenti dello stile di vita, è una buona cosa che si siano presi le loro responsabilità. [Jammeh] non aveva scelta anche perchè i gambiani erano pronti al cambiamento, lo si vedeva anche negli ultimi giorni della campagna: ovunque lui andasse nessuno si presentava (…).
Lui è il diavolo e non mi piace vederlo sui cartelloni e ovunque in Gambia. Le aziende stampavano cartelloni con la sua faccia e lo mettevano ad ogni angolo, ovunque andavi lo vedevi. Quindi quando tornerò spero di non rivedere più la sua faccia nè sentire la sua voce. È una bella sensazione sapere che se n’è andato e spero marcisca all’inferno.

Luciana De Michele

Leave a Comment

Email (will not be published)