Caso Mbayang Diop/3. La società civile senegalese si mobilita: sit- in per salvare la giovane domestica senegalese

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L’affare Mbayang Diop inizia a fare rumore in Senegal. Il primo agosto la società civile senegalese si è riunita nella prima mobilitazione pubblica: un sit-in a Dakar per chiedere clemenza in favore della giovane domestica condannata alla decapitazione in Arabia Saudita e migliori condizioni per le lavoratrici migranti nei paesi arabi.

IMG_6770Davanti alla spianata della grande moschea di Dakar, sotto la cunicola dell’agosto senegalese, gli interventi al microfono si sono susseguiti per almeno un’ora e mezza. Piattaforme della società civile di donne, giovani, capi religiosi, autorità locali, sindacati e alcune organizzazioni internazionali come Orizzonti senza frontiere si sono unite in una sola voce per manifestare il sostegno a Mbayang Diop, chiedere al re saudita Salmane Ben Abdelaziz Al Saoud la grazia o l’estradizione della ragazza, lanciare un appello alla mobilitazione alla popolazione senegalese, alla comunità internazionale e al presidente senegalese Macky Sall.

Gran parte dei cittadini presenti erano proprio gli abitanti di Yeumbeul sud, la periferia di Dakar di cui Mbayang è originaria. A rappresentarli era il sindaco Bara Gaye. Proprio lui, era stato il primo a lanciare un appello per salvare la ragazza dalla decapitazione in Arabia saudita alla notizia della condanna. «Noi, sorelle e fratelli di Mbayang, abbiamo il dovere di gridare forte. È comprensibile che la diplomazia non possa fare altrettanto, ma vi assicuro che le autorità senegalesi si stanno attivando sulla questione», ha annunciato il sindaco alla stampa durante il sit-in.

Gli interventi più agguerriti durante il sit-in dell’1 agosto sono stati quelli dei sindacalisti, che da anni lavorano sul terreno alla piaga dello sfruttamento e degli abusi sulle lavoratrici domestiche senegalesi:

«Mbayang Diop è una lavoratrice migrante, e nei paesi arabi i diritti dei lavoratori migranti, in particolare se donne, sono costantemente violati. Queste sono quotidianamente terrorizzate dai cosiddetti datori di lavoro attraverso il sequestro, la violenza, le minacce, la sottrazione del salario, nonostante il Senegal abbia ratificato tutte le convenzioni internazionali riguardo alle libertà e ai diritti dell’uomo, dell’Onu e dell’Unione Africana», ha denunciato Alioune Thiandoum, del sindacato Gens de Maison della confederazione sindacale senegalese Cnts. È lui a ricordare le responsabilità del governo sulla convenzione internazionale dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) n.189 riguardo al lavoro domestico, firmata ma non ancora ratificata dallo Stato senegalese.

Grazie alla petizione internazionale e all’intervento degli avvocati dell’ordine di Lione, la stampa senegalese inizia a parlare di internazionalizzazione del caso Mbayang Diop.

La prima speranza è che i diritti di questa ragazza siano garantiti e che possa tornare sana e salva nel suo paese, con una pena da scontare o meno. L’altra, ancora più difficile a realizzarsi, è che questa mobilitazione non venga meno anche se Mbayang Diop sarà salvata, ma che si continui a fare pressione sul governo senegalese affinchè si trovino soluzioni per combattere questa nuova e antica forma di tratta di esseri umani, che ha per oggetto delle donne in cerca di lavoro e come destinazione soprattutto Arabia Saudita e altri paesi del Golfo. Il solo peccato è che ci sia voluto una giovane madre che rischia la decapitazione per iniziare a parlare, forse, anche di quelle che sono morte, scomparse o maltrattate in questi ultimi anni in quei paesi, nel silenzio totale e con la complicità di mediatori senegalesi.

 

Ascolta l’appello della “Coalizione delle organizzazioni femminili di lotta contro la tratta di persone e le pratiche devianti in Senegal”:

  •     Appello comitato femminile contro la tratta per Mbayang Diop

 

Traduzione:

Noi tutte e tutti, coalizione delle organizzazioni femminili contro la tratta di persone e le pratiche devianti in Senegal, la piattaforma delle giovani le autorità locali, religiose, tradizionali, sindacali, politiche e educative, ci siamo riuniti oggi alla spianata della Gran Moschea di Dakar per chiedere grazia e clemenza per Mbayang Diop, detenuta in prigione in Arabia Saudita. Mbayang è una giovane donna di 22 anni, madre di un bambino di 3 anni, che abita a Yeumebul sud, banlieue di Dakar. È nata in una famiglia numerosa di fratelli e sorelle, ha un padre paralizzato e una madre anziana. Da quando è giovane si è sempre attivata per estirpare la famiglia dalla povertà. Mbayang ha creduto al miraggio presentato da reti segrete per essere condotta illegalmente in Arabia Saudita all’insaputa dei suoi genitori ed amici. Denunciamo  e condanniamo questa forma di traffico di persone che non cessa di mostrare le conseguenze disastrose. Attiriamo l’attenzione delle autorità senegalesi e saudite sul fatto che questi giovani ragazzi e ragazze sono vittime di trafficanti che li obbligano a osservare il segreto. (…) Noi siamo tutti Mbayang Diop, tutti Mbayang Diop!!!

 

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Per saperne di più e firmare la petizione vai a:

La giovane senegalese Mbayang Diop rischia la decapitazione in Arabia Saudita

Caso Mbayang Diop: aggiornamenti

Luciana De Michele

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