Clement Abaifouta, presidente dell’associazione delle vittime

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Il secondo appuntamento dei protagonisti del caso Habré è con Clement Abaifouta, presidente dell’associazione delle vittime. Lo chiamavano “le fossayeur“, per via dell’incarico che aveva in prigione, dove per 4 anni, oltre a cucinare per prigionieri e militari, era costretto a seppellire i cadaveri in fosse comuni: la sua tortura psicologica quotidiana, di cui porta ancora i traumi. Presidente attuale dell’associazione delle vittime dei crimini del regime di Hissene Habré (A.V.C.R.H.H), Clement Abaifouta non ha trovato pace fino al giorno in cui è riuscito a raccontare davanti ai giudici l’inferno vissuto in detenzione. In carcere Clement è è stato anche testimone del massacro degli Hadjerai e delle violenze sulle donne. Insieme a Souleymane Guengueng, è il protagonista della lotta delle vittime. Anche Clement è stato oggetto di minacce e di intimidazioni, ma vive ancora a N’Djamena.

 

Clement Abaifouta“Sono stato arrestato il 12 giugno 1985 a Ndjamena, e ho fatto quattro anni in carcere: sono stato liberato il 7 marzo 1989 con l’accordo di Baghdad. Mio zio era dell’opposizione; grazie a lui ho trovato una borsa di studio per iscrivermi alla Facoltà di Sociologia in Germania. Ma, ai tempi di Habré, ogni cosa era sospetta, e la notte prima della mia partenza, sono venuti a prendermi con un pick-up e mi hanno portato alla Dds. Avevano saputo della borsa di studio e mi hanno accusato di voler partire per unirmi alla ribellione. Alla Dds la cella non poteva più contenerci, era troppo piccola: siamo arrivati a 50 persone, anche la spazzatura straripava, avevamo un piccolo contenitore per fare i nostri bisogni. Ero scioccato dai pasti che ci davano. Neanche il mio cane avrebbe mangiato. Il primo giorno non volevo mangiare, poi mi hanno convinto: mentre lo facevo dai miei occhi scendevano le lacrime. In prigione mi hanno fatto fare di tutto: dovevo lavare i vestiti dei soldati, preparare da mangiare per i militari e per i prigionieri. Dovevo cucinare in secchi di ferro arrugginiti. Ma ciò che più mi ha traumatizzato, è stato il fatto di dover seppellire i cadaveri. Eravamo in cinque a farlo: ogni giorno dovevamo interrare in fosse comuni i nostri colleghi, che arrivavano da tutte le prigioni. In ogni fossa dovevamo seppellire almeno due persone, con le nostre proprie mani. Era un compito quotidiano: ogni giorno 2, 4, 10, 12, 37 persone morivano a causa di mancanza di cure, quando una sola aspirina o iniezione avrebbe potuto salvarli. Questo succedeva perchè la Dds era una macchina finalizzata a sterminare la gente, quindi la lasciava morire …l’infermeria c’era in prigione, sarebbe bastato rifornirla di medicine, o portare le persone in ospedale, ma non lo si faceva, la filosofoia era di far morire la gente poco a poco.
Sono stato testimone anche del massacro degli Hadjerai, che facevano uscire dalla cella a gruppi di 10 (…). Sono stato testimone pure delle violenze sessuali sulle donne. I militari venivano ogni tanto la notte in cella per estrarre qualche donna. Mi ricordo Kaltouma, una giovane araba, tra l’altro molto bella, che un mattino ci ha detto: “Fratelli miei, sono stata violentata da 3, 4 persone” e, stranamente, qualche giorno dopo è morta. E sono io che l’ho interrata…Ho sofferto tanto, e ancora oggi mi definisco un morto vivente. Sono spesso stanco, ho incubi, ci sono giorni in cui sto totalmente in silenzio, non riesco a concentrarmi. Ma ora, dopo la testimonianza in Tribunale, mi sento svuotato. Noi vittime, nell’ambito dell’associazione, abbiamo lavorato come formiche per arrivare a questo giorno: oltre all’umiliazione e alla frustrazione ci siamo sacrificati per lottare, abbiamo trasformato il dolore in sete di giustizia. Io stesso sono stato minacciato, intimidito, arrestato. Il processo ad Habré di oggi è per noi il coronamento di questo sforzo. Stiamo offrendo la materia agli storici per riscrivere la storia del nostro paese, stiamo dando la possibilità alla nuova generazione di sapere cos’è successo esattamente durante il governo Habrè. Vogliamo che questa vicenda sia pedagogica affinché in Africa e nel mondo nessuno possa più levare il braccio per uccidere il suo popolo, stiamo fornendo un nuovo strumento per lottare contro l’impunità”.

Per ascoltare parti della testimonianza originale, guarda il video: 

Luciana De Michele

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