Souleymane Guengueng, il promotore della battaglia delle vittime di Habré

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A differenziare e valorizzare il processo internazionale di Hissene Habrè è anche il protagonismo delle vittime.

È grazie infatti alla loro iniziativa e tenacia se oggi il responsabile dei loro aguzzini è davanti a un tribunale. È proprio in omaggio a questi eroi, e a chi li ha sostenuti in questa lotta, che ho deciso di inserirli nella prima serie della rubrica “Personaggi d’Africa”. I protagonisti della vicenda del processo di Habré vi accompagneranno ogni settimana per due mesi: dare loro un nome, un volto e la possibilità di raccontare e divulgare la loro storia è un contributo alla loro riparazione morale. Oltre che utile a far conoscere i misfatti di un “Pinochet africano” poco noto in Occidente.

Souleymane Guengueng, il promotore


Fondatore e primo presidente dell”’Associazione delle Vittime dei crimini del regime di Hissene Habré” (A.V.C.H.H), Souleymane è l’iniziatore della battaglia delle vittime. La stessa volontà di denuncia e di riscatto lo hanno portato alla pubblicazione del libro “Prigioniero di Hissene Habrè”, uscito nel 2012 (ed. L’Harmattan”). Dopo aver subito minacce e intimidazioni a causa di questa lotta, Souleymane ha deciso di esiliarsi negli Stati Uniti, dove vive oggi.

Souleymane Guengueng

«A quell’epoca ero funzionario in un’organizzazione sub-regionale che lavorava con la Commissione del bacino del Lago Ciad. Sono stato arrestato il 3 agosto 1988, con l’accusa di essere un sostenitore del Governo di Unità nazionale e Transizione (Gunt), che combatteva Hissene Habré. Sono rimasto in prigione dal 3 agosto 1988 al 1 dicembre 1990, due anni e 4 mesi. Ero molto malato quando mi hanno arrestato, avevo una ferita nel ventre, la cella era piccola, piena d’acqua. Una volta mi hanno messo in una cella di 1,20 m per 2 m, con altre persone. Al “Campo dei Martiri” mi hanno rinchiuso in una cella molto scura, nera, per tre mesi, per poi incatenarci, portarci alla Gendarmerie e rinchiuderci in un’altra molto bassa con delle lampade molto forti, ci rovinava la pelle e la vista. All’uscita ho dovuto sottomettermi a più interventi chirurgici per tornare a vedere. Era una situazione orribile, un uomo di buon senso non poteva tacere, e dal fondo della mia cella e di questa follia ho fatto i miei voti a Dio: se ne fossi uscito vivo, non avrei potuto far passare tutto questo sotto silenzio, avrei lottato per far emergere la verità. E così ho fatto: nel 1991 ho convinto alcune vittime a costituirci in associazione, e abbiamo cominciato a cercare i sopravvissuti, gli orfani, le vedove. Abbiamo censito i parenti delle vittime che sono morti o spariti nelle prigioni, le vittime dirette e indirette. Con il sostegno di alcuni avvocati, e dal 1999 di Human Right Watch, abbiamo iniziato la nostra battaglia sporgendo nel 2000 per la prima volta denuncia qui in Senegal. È stato allora che sono iniziate le minacce: hanno fermato la mia auto, quasi sparato sul mio autista…sono stato obbligato a esiliarmi negli Stati Uniti per preservare la mia vita e continuare la lotta. Oggi noi vittime siamo soddisfatte: il fatto che il mondo intero stia ascoltando quello che abbiamo subito è un grande sollievo per noi, è già una riparazione morale e psicologica. Habrè lo vedevamo come intoccabile prima, oggi penso che alcune persone hanno pure pietà di lui a vederlo…sono soddisfatto, ma anche orgoglioso del fatto di appartenere al primo popolo africano a far valere la giustizia, a creare una giurisprudenza che sarà utile a molti altri paesi africani – e perchè no del resto del mondo -, che potranno servirsene come lezione, affinché cose come quelle che abbiamo subito noi non si ripetano più. Mai più».

Per ascoltare parti della testimonianza originale, guarda il video: 

Luciana De Michele Admin

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