Il reportage: Le regine del Lago Rosa

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Tappa finale del Rally Parigi-Dakar fino al 2007, il Lago Rosa è una delle mete turistiche più rinomate nei dintorni di Dakar a causa del colore delle sue acque. Tuttavia, è anche una delle più produttive saline d’Africa. E, di conseguenza, di abuso di manodopera.

Concludiamo il nostro viaggio estivo in Senegal con la foto della settimana ritornando in capitale con questo reportage.

 

Lago RosaUn tempo lo chiamavano Lago “Retba”, che in lingua pulaar significa semplicemente “lago”, come fosse quello per eccellenza. I francesi lo hanno ribattezzato “Lago Rosa”, per via del colore delle sue acque. Benvenuti al Lac Rose, nella provincia di Rufisque.

Un mistero divino

A una ventina di metri dalla riva settentrionale del lago si stendono dune di sabbia con tanto di dromedari (7,5 euro un’ora di cavalcata), attraversato talvolta da grossi pick-up con turisti occidentali a bordo. Incredibilmente, a poca distanza, il deserto lascia spazio a rigogliose oasi di banani e palme di cocco; poi a coltivazioni di legumi, frutta e verdura, e, per finire, all’oceano. Ogni anno il Lago Rosa attira migliaia di turisti da tutto il mondo. Ma a cosa è dovuto il suo colore? «La sua tinta è risultato dell’interazione tra il sole e i microrganismi presenti nelle alghe del lago; l’intensità del rosa cambia quindi ogni giorno in base alla quantità di luce», spiega uno dei tanti ragazzi che si improvvisa guida turistica e cerca di guadagnarsi qualche spicciolo rincorrendo i visitatori. Nei giorni nuvolosi infatti, il lago rispecchia il grigio del cielo come qualsiasi altra distesa d’acqua.
Ma non solo. Il lago è profondo 4 metri: in media, 2,50 metri di sale e 1,50 di acqua. «Il sale fa emergere le alghe in superficie, il che significa che più il lago è rosa e più ne è ricco. Nei giorni soleggiati dunque, è facile capire se sarà una buona giornata di lavoro o meno», continua il giovane.

Il Lago Rosa ha una lunghezza di 5 km, una larghezza di 800 m e una superficie di 4,2 km quadrati; con una concentrazione di 380 g per ogni litro d’acqua, possiede un tasso di salinità che supera del 10% quella del mare.
«Il lago è salato nel mezzo, ma a riva l’acqua è totalmente dolce, e la usiamo per irrigare le coltivazioni e rifornire i pozzi che gli abitanti dei villaggi hanno costruito intorno…è un miracolo di Dio! Il lago non è alimentato da nessun corso d’acqua, a volte si ritira un po’, ma poi ritorna come prima, e il sale non si esaurisce mai!», spiega entusiasta un piroghiere del lago.

Catena di sfruttamento

Lui si chiama Amadou Sangarè, è maliano, e emigra stagionalmente per lavorare sette mesi all’anno nel lago. Come lui, fanno tanti altri, suoi compatrioti, e guineani dell’etnia manjaco. Il resto dei lavoratori sono senegalesi di etnia serer e peul, abitanti dei villaggi circostanti. In tutto sono in 400, a mandare avanti l’attività della grande salina rosa, ogni giorno. A parte i proprietari e i lavoratori dei ristoranti e degli alloggi per turisti, le guide, le venditrici di bigiotteria e oggetti di artigianato e i venditori di tavolette con dipinti di sabbia, i veri protagonisti sono loro: i piroghieri che estraggono il sale dal lago e, soprattutto, le donne che ne trasportano decine di chili dalla riva al deposito assegnato, con pesanti catini issati sul capo.
Mary Mande è una di loro, viene dalla Guinea-Bissau. E’ emigrata in Senegal 20 anni fa, per lavorare al Lago Rosa. «Lavoro tutti i giorni dalle 6 del mattino alle 15 del pomeriggio; mi fermo solo quando sono troppo stanca. Ogni giorno il numero di catini che trasporto varia, dipende dalla quantità di sale presente nel lago: si va da un minimo di 50 a un massimo di 200. Per tenere il conto getto in un secchio una conchiglia per ogni catino che trasporto. A fine giornata, il proprietario della piroga con cui ho lavorato viene a contare e a pagarmi…per ogni pagne di sale guadagno 25 o 50 FCFA (4 o 7 centesimi di euro, ndr)», spiega Mary. Lei è massiccia, ha braccia robuste, canottiera larga e pantaloncini, telo in testa ben sistemato per far da base al catino e per proteggersi dal caldo. Mary è l’unica che porta gli occhiali da sole. E che ha la fortuna di poter lasciare i figli a casa. Ma non è la stessa cosa per le altre, come Fatou Ba. Vive in un villaggio distante, la madre è deceduta, le sorelle sono sposate e non vivono con lei. Il figlio, di due anni, è appeso alla sua schiena e l’accompagna per tutta la giornata. I suoi piccoli occhi sono arrossati, per il sale e per il sole. «Sono costretta a portarmelo al lavoro, non ho altra scelta», dice sorridente mentre percorre i dieci metri che separano il lago dal deposito, con un carico in testa e un bambino sul dorso.
Dal canto loro, neppure gli estrattori di sale, che affittano la piroga a poco più di due euro al giorno, se la passano bene: sono loro che, aiutati da un bastone per spostarsi fino al centro del lago con la propria barca (l’utilizzo del motore è vietato per non uccidere gli organismi che riproducono costantemente il sale), si gettano nell’acqua e, con l’aiuto di una pala e di un cesto legato a una corda, estraggono il sale. Guadagnano al giorno 125 CFA (20 centesimi di euro) per ogni catino che riempiono e che fanno trasportare alla donna di turno. A pagarli, sono i mercanti del sale del lago, che poi vendono il prodotto a 4000 FCFA a tonnellata (6 euro)ai commercianti che arrivano ogni settimana con grandi tir per acquistare dalle 20 alle 50 tonnellate di sale per volta. Normalmente sono solo africani, e non solo senegalesi: arrivano dai tutti i Paesi dell’Africa Occidentale. Raramente il sale viene esportato in Europa, il mercato è interno al continente, e lo Stato è totalmente assente dall’affare.
Il lago infatti non è di proprietà di nessuno, se non degli abitanti della regione: l’unica imposta che i mercanti pagano è di 1000 FCFA (1,5 euro) per ogni tonnellata di sale venduto al Comitato di Gestione del Lago Rosa: abitanti dei 5 villaggi del territorio, che si sono organizzati per gestire e controllare collettivamente il business. Il guadagno, oltre che per pagare la decina di persone che ci lavora, è destinato a realizzare opere sociali nei villaggi. Un paradiso per i commercianti di uno dei prodotti più richiesti al mondo. Un inferno per chi ci lavora. «Venite, fate pure il bagno, il sale attacca solo dopo 15 minuti», assicurano le guide ai turisti. Gli uomini e le donne a riva, immersi costantemente in acqua, piroghe al lato e catini in testa, sorridono ironici.

Guarda la galleria di foto: 

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Luciana De Michele

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