Le sfide del microcredito e delle tontine: unendosi verso l’autonomia finanziaria

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Micro-finanza comunitaria, microcredito e tontine: di per sè teoricamente geniali, il loro funzionamento rileva una moltitudine di sfide. Ecco alcune esperienze in Senegal, sostenute dall’Ong Fratelli dell’Uomo e da Amis de l’Unité 7.

Microcredito Miason de la femme

Riunione di donne alla Maison de la femme, associazione che riunisce diversi gruppi di donne del quartiere di Malika,  beneficiarie del progetto di microcredito finanziato da Fdu

Stavo per titolare questo articolo “Esperienze di microcredito: una via di uscita dalla povertà?”. Poi però, ho cambiato il tiro, e non solo per obbedire alla volontà di non ricadere nell’utilizzo di uno dei termini più stereotipati e associati spesso alle popolazioni d’Africa, ma anche per offrire un altro punto di vista.

Giunta in Senegal, “tra i poveri”, (come un occidentale medio potrebbe pensare), il mio stesso modo di concepire la realtà si è modificata: qui, come altrove non si dovrebbe parlare di “povertà” o “miseria”, ma di “difficoltà” più o meno gravi da risolvere. A tal proposito, mi sono resa conto qui di tre cose.

La prima: tranne in alcuni casi, chiunque, per quanto “povero” possa essere, ha qui sempre un posto intorno alla bol per mangiare o un posto letto per dormire: che sia in casa propria, di amici, o di perfetti sconosciuti. Ecco allora il valore della tanto decantata teranga senegalese (“ospitalità” in wolof), reale ricchezza locale al posto del denaro. Detto questo, ci si rende conto di quanto in realtà qui in Senegal, o almeno nelle banlieues di Dakar dove vivo, il problema non sia tanto quello di mettere insieme pranzo o cena, o di assicurarsi un tetto sopra la propria testa: la sfida più grande è quella di riuscire a mettere da parte un gruzzolo di soldi per costruirsi una vita, una famiglia, un futuro. Come in Italia, come dappertutto: siamo tutti accomunati, chi più o chi meno penalizzato dal contesto in cui vive, dagli stessi problemi. Concetti tanto banalmente retorici quanto non scontati, vista la distanza geografica che ci separa dagli “africani”, e considerato soprattutto quell’immaginario costituito da stereotipi storici e alimentati dai media contemporanei che noi occidentali spesso siamo portati ad avere su di “loro”.

La seconda: il rovescio della medaglia della solidarietà senegalese. La pressione familiare, e quella stessa solidarietà e generosità elevata a istituzione sociale, ti costringe a dare se hai.

La terza: nel momento in cui la maggior parte della gente condivide la stessa condizione, la normalità diventa quella, l’eccezione il contrario. Si è tutti nella stessa barca, nella medesima grande piroga.

A questo punto, senza autocommiserarsi, se la ricerca della soluzione per uscire dalle difficoltà dev’essere l’unica regola, la consapevolezza che a essere in tanti in quella stessa situazione ne costituisce la premessa.

Da queste consapevolezze, ecco allora sorgere possibili via d’uscita. Tra queste, il microcredito. Sfruttando la naturale tendenza africana e più che mai senegalese a cercare soluzioni comunitarie, come pure tenendo presente la predominanza dell’economia informale, che permette di avviare piccole attività imprenditoriali (dalla vendita informale, ai pollai ecc.) avendone giusto un gruzzoletto da parte per farlo, perché non associarsi, creare un fondo comune, pensare ciascuno a un progetto redditizio e accedere a un piccolo credito che permetterà di avviare un’ attività, per poi rimborsare i soldi a rate e permettere agli altri di fare altrettanto?

Detta così, sembra tutto bello e geniale. Ed effettivamente, dove funziona, lo è realmente. Uno di questi

Abdoul Aziz Niass: beneficiario del progetto di microcredito a Malika. grazie al finanziamento, ha potuto acquistarsi macchine da cucire migliori, ingrandire il suo atelier e iniziare a dare lavoro ai giovani del quartiere

Abdoul Aziz Niass: beneficiario del progetto di microcredito a Malika. grazie al finanziamento, ha potuto acquistarsi macchine da cucire migliori, ingrandire il suo atelier e iniziare a dare lavoro ai giovani del quartiere

casi è nella banlieue di Malika, vicino Dakar, dove l’Ong Fratelli dell’Uomo (Fdu) ha finanziato un progetto della Ong locale Intermondes, per la creazione di un fondo di microcredito – che coinvolge più filiere di mestieri – e una formazione per autogestirlo. Condizione sine qua non: che i beneficiari mettano un contributo finanziario nel loro progetto. Come a dire che la cooperazione è veramente un “cooperare” insieme e non un regalo gratuito, e per giunta eternamente occidentale.

Con un rimborso totale dei beneficiari dell’85% (dati settembre 2015), il progetto di microcredito di Malika può considerarsi ben riuscito. Di seguito trovate una breve carrellata di alcuni casi di successo tra i beneficiari, realizzato nel 2014 a Malika.

Progetto di microcredito di Malika

Con lo stesso spirito e presi dall’entusiasmo dell’idea, anche noi, senegalesi e italiani del quartiere periferico di Dakar di Parcelles Assainies dell’associazione Amis de l’Unité 7, abbiamo voluto provarci. Grazie al sostegno finanziario di Fdu e dell’associazione di Paderno Dugnano (Mi) Amici del Senegal, abbiamo istituito un piccolo fondo di microcredito e svolto una formazione per autogestirlo. È ora, sperimentando il progetto in prima persona, che ci rendiamo effettivamente conto delle variabili di insuccesso di un meccansimo finanziario che in sé, teoricamente, è geniale; ma che la realtà del terreno e della vita senegalese rende assai più complicata. Le sfide e difficoltà che si presentano ai beneficiari, di saper elaborare progetti sostenibili a breve termine e di poter rimborsare il prestito (in un contesto dove c’è sempre poco denaro liquido in famiglia, in cui un sistema di welfare e sanità pubblica è assente e dove l’informalità permette ancora la contrazione di pagamenti a credito), si stanno rivelando in tutto il loro peso.

Nafi Bop, mamma abitante dell'Unitè 7 di Parcelles Assainies, periferia di Dakar, è tra le prime beneficiarie del progetto di microcredito sperimentato nel quartiere da Adu7

Nafi Bop, mamma abitante dell’Unitè 7 di Parcelles Assainies e membro di Adu7 periferia di Dakar, è tra le prime beneficiarie del progetto di microcredito sperimentato nel quartiere. Nafi è anche la responsabile del gruppo di donne finanziato dall’associazione

È quanto mai interessante, in ogni caso, provare a sperimentare progetti di micro-credito, da modificare e adattare alle esigenze e problematiche di ogni contesto; e tenendo presente che l’elemento di valutazione di successo o fallimento dello stesso non consiste solo nel suo tasso di rimborso, ma soprattutto nel valutare quanto i beneficiari riescano poi a avviare veramente un’attività che li renderà finanziariamente autonomi.

Un’altra forma di “credito comunitario” è la tontina: una sorta di credito informale, tradizionalmente diffuso in Africa e in Senegal, in particolare tra i gruppi di donne. Il funzionamento è semplice: le componenti del gruppo versano una cifra stabilita a cadenza mensile. Ogni mese, verrà sorteggiata una donna che si prenderà tutto il gruzzolo racimolato, che potrà utilizzare per una piccola attività economica (spesso acquisti per la vendita informale, merce o cibo per preparare colazioni e merende in strada), e che poi rimborserà mensilmente. Il procedimento continua finchè ogni donna del gruppo avrà beneficiato del prestito.

Sempre con l’idea di cercare una soluzione attraverso l’unione, il gruppo di donne affiliato a Adu7 sta sperimentando un progetto di fondo di credito che unisce l’idea del microcredito e quella della tontina. Grazie al prestito di una certa somma di soldi di Adu7, le donne si sono divise tale denaro e hanno avviato o potenziato le loro micro-attività. Al momento di rimborsare la cifra, le donne stanno aggiungendo un contributo che andrà a creare una cassa propria del gruppo, con l’obiettivo di divenire un giorno un’associazione autonoma.

Guarda la galleria

I beneficiari del progetto di microcredito a Malika

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Luciana De Michele Admin

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