Ginette Ngarbaye: «Ho detto che ero incinta. E hanno iniziato a torturarmi».

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Tornano i protagonisti del caso Habré. Questa settimana la rubrica è dedicata a Ginette Ngarbaye: tra le poche donne che hanno avuto il coraggio di denunciare le torture subite, tra le numerose che hanno partorito in carcere.

Al pari degli uomini, loro mariti, figli o fratelli, tante sono state le donne vittime dirette della repressione attuata da Hissene Habrè. Deportate nei campi militari o incarcerate a N’Djamena, sono state spesso torturate e violentate, se non giustiziate. Alcune di loro, che aspettavano già un bambino al momento dell’arresto o che sono rimaste incinta in seguito a violenza sessuale, hanno partorito in carcere in condizioni degradanti. Ginette Ngarbaye è una di loro, rimasta in prigione per quasi due anni. Oggi vive a N’Dyamena con la figlia, ed è membro attivo dell’associazione delle vittime dei crimini del regime Habré.

 

GinetteNgarbaye

 

Il 16 gennaio 1985 sono venuti due uomini a casa mia per arrestarmi. (…) Mi hanno portato alla Dds. (…) Mi accusavano di aver dato da mangiare a due oppositori, di essere andata nel nord del Camerun per incontrarli. Ma io l’ultima volt ache ero stata lì per degli acquisti era nel 1982, tre anni prima. Allora uno di loro ha iniziato a toccarmi e io gli ho detto che aspettavo un bambino: ma a loro non interessava, mi hanno introdotto in una stanza e hanno iniziato a torturarmi. Mi hanno fatto sedere su una sedia di ferro, hanno attaccato degli elettrodi sui miei seni, e sono svenuta. Quando mi sono ripresa ero nuda e mi hanno portato in cella dove c’erano le donne. Me lo hanno fatto per una settimana, poi mi hanno sbattuto in cella. Dopo due mesi mi hanno trasferito ai Locaux, ed è lì che ho partorito mia figlia, sul suolo, vestita come ero. Era sporco per terra, ho dovuto grattare via la sporcizia: io piangevo e tutte piangevano intorno a me, anche se cercavano di assistermi. Eravamo una ventina in una cella piccola. Le condizioni erano difficili, il cibo era pessimo, a volte ti lasciavano senza mangiare per 3 o 4 giorni. Uccidevano un bue e lo utilizzavano per tanti giorni, ed era il solo pasto per tutte le prigioni…lo preparavano in bidoni di ferro arrugginiti, l’acqua che ci mettevano per cucinare diventava nera…e tu mangiavi, per non morire.
La bambina poi era malata e quando siamo uscite di prigione ci sono volute molte cure per ristabilirci.
Quando ti portano in questa prigione tu pensi che sei morto, non hai più speranza…e nessuno interviene per te perchè tutti hanno paura! Ti prendevano per un niente, o perchè dicevano che incontravi gli oppositori, o perchè dicevano che parli male di Hissene Habré o…erano loro che facevano la loro giustizia, era la polizia politica di Hissene Habré, si considerava al di sopra di tutto.
I guardiani del carcere venivano a prendere le donne per violentarle. C’erano donne di tutte le età, la più giovane aveva 15 anni. Alcune donne sono state anche deportate nei campi militari a nord, affinchè i militari abusassero di loro.
Mi ero risposata, e quando mi hanno liberata non ho più rivisto mio marito, era partito a nord e si era risposato con un’altra. Ha avuto paura, pensava che veramente facessi della politica.
Era il terrore, era orribile…tu avevi paura di tua sorella, tua sorella aveva paura di te, tu avevi paura di tuo marito, tuo marito aveva paura di te, tu avevi paura della tua famiglia e la tua famiglia aveva paura di te: non si poteva parlare, non c’era libertà di stampa, era dura…
Oggi voglio che giustizia mi sia resa, voglio essere indennizzata per l’orrore che ho vissuto.

Per ascoltare parti della testimonianza originale, guarda il video:

Luciana De Michele

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