Afric(a)live sbarca on-line

Eccomi arrivata al capolinea. O in realtà, finalmente, all’inizio dell’avventura: al lancio di un progetto che ha occupato i miei ultimi mesi di lavoro, di pensieri e di emozioni, ma che ne contiene e conterrà in realtà anche gli ultimi anni. Oltre a quello che verrà.

Nasce oggi ufficialmente Afric(a)live. Quello che è, la filosofia che ci sta dietro, e chi ne sia l’autrice, emerge dai differenti articoli e immagini che ci troverete, oltre che dalle pagine dedicate alla presentazione. Non mi starò dunque a dilungare su questo punto.

Ho deciso ora di rivolgermi a voi, cari lettori, per giustificare una scelta che altrimenti potrebbe essere fraintesa. Perché mai, nel momento in cui tra gli obiettivi del blog c’è proprio quello di scollare le etichette che la Storia e i media hanno cucito addosso agli africani (di tragicità e vittimismo, che sia a causa di fame, malattie, guerre, dittature), scegliere di lanciare Afric(a)live parlando proprio delle vittime di una delle peggiori dittature del continente?

La risposte sono semplici, e in realtà più coerenti che altrimenti con la realtà delle cose e con i fini di Afric(a)live. Un blog, questo, che vuole dare voce a chi chi di solito non ne ha nei media tradizionali (come dei cittadini comuni che hanno subito un’ignominia e hanno trovato il coraggio e la forza di riscattarsi); che intende far conoscere vicissitudini africane che magari arrivano in Italia con il contagocce (Habré è uno dei dittatori meno conosciuti dall’Occidente); che vuole raccontarvi le vicende africane “dal vivo” (ho avuto la possibilità di seguire personalmente parte del processo); e che, soprattutto, vuole anche restare fedele alla realtà.

Se è vero infatti che Afric(a)live ha la pretesa di inserirsi in quella nicchia di attori dell’informazione italiana che vuole mostrare un altro volto dell’Africa, quanto mai vivo e positivo, il blog ha anche l’ambizione di fare del giornalismo, e fotografare quindi il mondo vero: e la realtà è che la vita, la Storia, il mondo sono fatti purtroppo anche di morte, violenza, catastrofi della natura e dell’umanità. L’Africa non si sottrae da questa legge, e le sue tragedie parlano ancora purtroppo anche di tiranni (nascosti oggi dietro istituzioni democratiche troppe volte non rispettate). Non parlarne vorrebbe dire essere parziale. O non rispettare il dovere di cronaca, in particolare quando si ha la possibilità di vivere o assistere agli eventi direttamente. Soprattutto quando questi eventi sono “speciali”.

Il nocciolo del problema dunque, non sta nel parlare o no di certi soggetti, ma di “come” concepirli a poi restituirli al lettore. Ecco allora che le vittime della repressione di Habré, piuttosto che altri personaggi che già popolano o popoleranno il blog, sono “vittime” attive, che non si autocommiserano, ma diventano eroi; presentandosi magari come in questo caso in qualità di paladini di una battaglia legale che stanno vincendo. E così come i disabili della banlieue di Guediawaye si esibiscono in balletti fino in Europa anziché mendicare nelle strade di Dakar, gli ex affetti da lebbra dei villaggi di reclassement del Senegal si uniscono in associazioni per promuovere integrazione e occupazione.

In questa finestra di lettera aperta, spazio in cui mi permetterò ogni tanto di dare espressione alla mia voce tra le altre, non posso che presentarvi oggi il processo dell’ex presidente ciadiano Hissene Habré come una vicenda speciale, oltre che per l’Africa, anche per me. L’occasione che ho avuto di ascoltare personalmente le sofferenze vissute dalle vittime di un regime, e di vederle poi riscattarsi testimoniando in un tribunale di africani davanti al responsabile delle atrocità subite e tutto il mondo, ha evidentemente commosso il mio lato “umano”. E se quello “professionale” mi ricorda che un altro responsabile della repressione durante l’inizio del governo Habré, Idriss Deby Itno, ricopre ancora oggi la carica di Presidente del Ciad, credo che anziché urlare alla parzialità del processo in corso, bisognerebbe esultare e aiutare la Giustizia a portare a termine la sua missione con Habré, per poi incoraggiarla a completare l’opera con gli altri colpevoli. Consapevole, certo, che la politica nazionale come internazionale, è un’alchimia di equilibri, interessi e circostanze.

Detto questo, cari lettori, vi lascio ad Afric(a)live, augurandovi semplicemente un buon viaggio.

 

 

 

 

Luciana De Michele Admin

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