Summit Ue-Ua: tanta Libia, poche prospettive future

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Si è concluso ieri il Summit tra Unione Europea e Unione Africana. Misure immediate sui migranti africani in Libia, alcuna iniziativa concreta per i loro connazionali in patria.

IMG_4783Che questa triennale occasione di confronto tra Europa e Africa si concentrasse a cercare di mostrare agli africani e al mondo una reazione concreta e forte per porre fine all’orrore dei campi e dei luoghi di detenzioni in Libia- almeno solo per l’immediato e per quei 3.800 migranti identificati dall’Ua e dalle autorità libiche sul totale di africani sul posto stimati tra i 400.000 e i 700.000 individui –  era prevedibile. Che si parlasse di azioni efficaci per una lotta congiunta alla rete di trafficanti di esseri umani, lo era pure. E che tutto ciò ben venga. Tuttavia, la delusione è grande nel momento in cui si pensa che le questioni da discutere in questi rari momenti di confronto sarebbero dovute essere delle politiche di lungo periodo, importanti tanto se non più delle azioni di breve periodo, per iniziare seriamente a lavorare sulle cause del fenomeno: politiche, per esempio, riguardanti una migliore gestione dei flussi migratori  – con la creazione, tra le altre cose, di migliori e maggiori opportunità legali di migrare in Europa –  e di politiche economiche condivise tra zone regionali del continente africano e europeo dall’altro.

Se l’Europa resta ancora il primo investitore in Africa (provvedendo al 33% degli investimenti stranieri sul continente), il principale partner negli scambi commerciali (33,5% di importazioni in Africa e 41% di esportazioni africane nel 2016), il continente di origine del più importante flusso di rimesse dei migranti africani, oltre che grande fornitore di finanziamenti, aiuti allo sviluppo e di forze di sicurezza, si ritrova comunque ora davanti a una duplice sfida: la concorrenza internazionale, (in particolare della Cina), e la capacità di elaborare partenariati con i paesi africani che giovino realmente a entrambi i continenti.

In questo senso, l’Africa si è lasciata sfuggire un’occasione per poter discutere per esempio degli Accordi di Partenariato Economico (Ape), accordi di libero commercio seguiti all’Accordo di Cotonou nel 2000 (che scadrà nel 2020), che l’Europa sta negoziando con le sue ex colonie in Africa, Caraibi e Pacifico e che garantiscono l’accesso agli europei al mercato dei prodotti africani, in particolare agricoli e minerari, senza dazi (o con una loro riduzione dell’ 80%,90%). Secondo alcuni paesi africani che non hanno ancora firmato gli accordi e che vi si oppongono, gli Ape distruggerebbero le loro già fragili economie locali. L’avversione agli Ape non si esprime solo in Africa, ma anche in seno al Parlamento europeo. Riporto a tal proposito il commento rilasciato ai microfoni di Rfi di Maria Arena, deputata belga del Parlamento Europeo e della Commissione del commercio internazionale, dopo essersi dichiarata d’accordo sul fatto che la questione degli Ape avrebbe dovuto essere iscritta ai primi punti dell’agenda del Summit di questo 28 e 29 novembre: «c’è una certa ipocrisia da parte dei governanti europei che si riempiono di belle parole come “investire sulla gioventù” sapendo che tutto questo verrà risolto con l’aiuto allo sviluppo, che equivale allo 0,7% se va bene della ricchezza che va lì… il resto non è negoziato, e riguarda il commercio, le industrie e le multinazionali, e su questo i capi di stato non sono pronti a esigere dalle loro economie che siano più redistributive rispetto alle popolazioni».

Il mio articolo sul Summit Ua-Ue è su Nigrizia.it: Politiche a corto raggio

 

Luciana De Michele

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