Ramadan a Dakar/1. Lo “ndogou”: pane e Caffè Touba per tutti

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Ogni giorno durante il mese di Ramadan, i Bayefall senegalesi, i sufi della confraternita islamica murid, preparano lo “ndougou”: pentoloni dello speziato e dolce Caffé Touba da distribuire al momento della rottura del digiuno, insieme a pane e datteri. Per rispettare la tradizione religiosa e promuovere un gesto di solidarietà.

Aba ndougouPer celebrare l’inizio del digiuno sacro dei nostri amici musulmani senegalesi, africani e di tutto il mondo, Africalive propone un reportage e un fotoracconto a puntate già comparso su Assaman.info nell’agosto 2012, che vi porterà a vivere in diretta ogni lunedì di questo mese la preparazione dello ndogou nel quartiere popolare di Dakar Parcelles Assainies, nel quale l’ho vissuto per anni. Un modo anche per rendere omaggio ai Bayefall e agli abitanti dell’Unitè 7 che mi hanno accolto, spiegato e dato tanto poco dopo il mio arrivo nella loro terra. Una maniera per promuovere, in questo periodo di allarmistica e distorta informazione in materia, l’immagine dell’Islam autentico: fatto, cioè, di gesti semplici, di pace e di condivisione.

Buon Ramadan a tutti.

 

Parte 1.

Sono circa le 16.30 e mancano qui in Senegal più di tre ore allo ndogou: una delle tante parole wolof entrate nella mia testa un anno fa, quando a fatica potevo pronunciarla, e che non avrei mai immaginato potesse diventarmi tanto cara. È con questo termine, che letteralmente significa “tagliare”, che i senegalesi chiamano la rottura serale del digiuno previsto per il mese di Ramadan (weeru Koor). Il sole è alto e colpisce intenso; fa caldo, molto caldo, e io stessa, che ho bevuto un quarto d’ora prima, sogno nient’altro che un bicchiere d’acqua. Ma Talla sta arrivando con il volto stravolto per un digiuno che in questa parte d’Africa cade da qualche anno proprio durante la stagione più calda; ed io, per solidarietà, non oso lamentarmi. Assalam aleikum! Naka mou? Taye danga woor? («Che la pace sia con te! Allora, come ti va? Oggi digiuni?»), mi saluta porgendomi, come tutti gli altri, la stessa domanda ogni giorno dall’inizio del Ramadan. Nooo!. È la mia risposta spazientita ma scherzosa, mentre mi chiedo per quale motivazione debbano domandarlo continuamente anche a chi non abbracci la loro fede, come se il fatto di digiunare un mese sia la cosa più naturale del mondo. Talla ha portato il grande pentolone di ghisa per preparare il caffè touba, alla cui vista qualsiasi occidentale appena arrivato in Africa sorriderebbe. Quando anche Aba sopraggiunge per racimolare la legna e accendere il fuoco, finalmente si inizia.

Abbiamo cominciato nove anni fa raccogliendo tra noi qualche soldo e preparando il caffè in una pentola piccola. Ora siamo cresciuti di numero e forze, e con i soldi che ciascuno di noi è riuscito a risparmiare quest’anno abbiamo iniziato con 70.000 Fcfa (108 euro), che però sono bastati solo per i primi dieci giorni. Ora riusciamo a preparare 2,50 kg di caffè al giorno, che distribuiamo a circa 300 persone. Calcolando anche il prezzo dei 4 chili di zucchero, dei 15 di pane, del burro ecc., arriveremo a spendere alla fine quasi 300.000 Cfa (462 euro), mi spiega Doudou. La cifra mi lascia interdetta, e con la mentalità di una laica calcolatrice occidentale mi metto subito a riflettere su che cosa avrebbero potuto fare per gli abitanti del quartiere con una tale cifra. Ma lascio subito cadere il pensiero per tornare a immergermi nel senso e nell’atmosfera dello ndogou, non senza ricordarmi di quando, il primo giorno di Ramadan, non ero riuscita a resistere dal lanciare una domanda provocatoria: ma perchè lo fate?. Siamo in Ramadan, le buone azioni che si compiono in questo mese santo verranno ricompensate dieci volte più del normale!. «Ce lo ha chiesto Dio, nel Corano si dice che anche chi non fa il digiuno deve dare qualcosa a chi lo fa, e verrà ricompensato tanto quanto chi digiuna». Sono le prime risposte. Sì ma aspetta, anche se non avessimo niente in cambio lo faremmo, obietta Badou. Lo sai che siamo Bayefall. Noi facciamo le cose con cuore aperto, per donare fino a se stesso. E questo gesto, anche se semplice, è ricco di significato: prova a immaginare di restare un giorno senza bere e mangiare, e quando finalmente puoi rompere il digiuno, e magari non hai i soldi o sei in un veicolo e non puoi accedere ad acqua e cibo, trovi qualcuno che senza voler niente in cambio ti dà quello di cui hai un bisogno vitale: cosa senti nel tuo cuore in quel momento?, mi rimbecca. Ed io, ricordandomi dei primi due giorni di digiuno che avevo provato a fare, e di come il mio cuore si sarebbe riempito di sentimenti di riconoscenza, di fratellanza e di solidarietà se qualcuno mi avesse offerto da bere, colgo tutto perfettamente. Io, che poco prima con la mia mentalità sempre occidentale pronta a criticare e a cogliere i paradossi, a pensare all’ipocrisia di voler fare qualcosa per avere, capisco di colpo cosa voglia dire per questi giovani il fatto di dare lo ndogou. Badou è riuscito a farmi comprendere la potenza simbolica e l’efficacia reale delle piccole e semplici azioni nel trasmettere valori di condivisione e stati d’animo positivi essenziali per il benessere degli individui e per la convivenza pacifica con gli altri: soprattutto in contesti dove la vita è più dura e difficile: ma in cui ancora il calore umano e la comunità ti sostiene. E dove l’umiltà e la semplicità non sono valori da inseguire e a cui ispirare, ma la realtà in cui vivere quotidianamente.

In quel momento è Doudou a interrompere il flusso dei miei pensieri. Ehi toubabo, vieni!, mi chiama scherzando storpiando la parola toubab che in wolof significa “bianca”, sapendo perfettamente quanto la detesti. Aiutami, mi dice. È arrivato con i tessuti che serviranno per filtrare il caffè. Si chiama “malika”, è un cotone che deve essere abbastanza resistente da tenere il peso del caffè, ma non troppo perchè deve filtrare l’acqua, mi spiega mentre insieme annodiamo la stoffa intorno a due secchi. Intanto Talla torna dalla boutique. Ha in mano tre sacchetti neri di caffè in polvere già miscelato con la spezia che ne dà il forte e caratteristico gusto, il “diare”, che subito si appresta a svuotare sui tessuti che abbiamo appena sistemato. È lui, il cui mestiere quotidiano è proprio quello di preparare e vendere il caffè Touba, che mi svela finalmente l’origine della bevanda. «Proviene dalla Guinea e dalla Costa d’Avorio, ma lo si trova anche in altri Paesi dell’Africa Occidentale. È Cheikh Amamdou Bamba che l’ha portato qui in Senegal, al ritorno del suo esilio in Gabon. I francesi lo avevano portato lì per ucciderlo. E così volevano fargli bere questo caffè in cui avevano messo una quantità di veleno uguale a sette volte quella sufficiente per far morire un cammello. Dio ha ordinato a Cheikh Amadou Bamba di berlo e poi portarlo in Senegal». In quel momento sono grata a Talla per avermi aggiunto un tassello in più alla storia di questa santa figura venerata da gran parte dei senegalesi, e di cui stavo giusto cercando di saperne di più districandomi tra lo scarso materiale scritto e in francese in circolazione, gli atti di vita e gli aneddoti nelle audio-cassette o nel canale radio di Lamp Fall in un wolof che mi rammarico di non comprendere ancora, e i racconti dei miei amici murid. Vissuto nella seconda metà del XIX secolo, Cheikh Amadou Bamba è il fondatore del muridismo, la più conosciuta confraternita musulmana senegalese, nonchè la più grande corrente mistica islamica dell’Africa Subsahariana. Dopo aver lasciato tutto per trascorrere una vita sull’imitazione del Profeta, promulgando una dottrina che pone l’accento sui valori della pace e del lavoro, ha istituito la città santa di Touba, da cui il caffè prende il nome, e dove sorge la più grande moschea dell’Africa a Sud del Sahara che ogni anno accoglie per il Gran Magal (pellegrinaggio) più di due milioni di senegalesi, arrivando a essere la seconda meta più venerata di pellegrinaggio islamico dopo la Mecca. Soprannominato lui stesso Serigne Touba, Cheikh Amadou Bamba ha dovuto affrontare le persecuzioni, gli esili e gli imprigionamenti imposti dai colonizzatori francesi che cercavano di imporre i valori occidentali sul territorio e di ostacolare una voce ostile al potere coloniale.

Ehi, l’acqua è calda, urla Abou. Scoperchiato il pentolone, Abas e Doudou prendono il grande bicchiere di plastica dura colorata, come quello da cui si beve l’acqua in famiglia dopo aver finito il pasto, lo immergono nella pentola per riempirlo di acqua bollente, e poi lo versano sul caffè da filtrare nei secchi. Abou e Doudou aspetteranno circa venti minuti, fino a che i secchi si riempiono di caffè liquido, per poi svuotarli in un bidone più grande e ricominciare il procedimento fino a esaurire l’acqua e il caffè disponibile. Verso le 18.30 tutta la bevanda già pronta si ritroverà nel pentolone, dove verrà aggiunto abbondante zucchero.
Io sto lì ad osservare fino a che l’arrivo di “Bayefall” mi distrae.

Segue…appuntamento a lunedì prossimo!

Il fotoracconto: la preparazione del caffé Touba

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Luciana De Michele

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