Video – Giornata del Rifugiato: i rifugiati mauritani cestinano i documenti per protesta

Video – Giornata del Rifugiato: i rifugiati mauritani cestinano i documenti per protesta

Si sentono quanto mai traditi e abbandonati, ma non cessano di rivendicare i propri diritti. Per celebrare la Giornata Internazionale del Rifugiato, i rifugiati mauritani a Dakar scelgono di compiere un atto simbolico di protesta.

Cestinano così davanti a tutti i loro documenti: pezzi di carta consumati dagli anni o tessere di identità scadute, che non permettono loro di godere dei più elementari diritti, (primi fra tutti istruzione e lavoro), e che li espongono ai rischi che comporta il fatto di circolare senza documenti ufficialmente validi. Tale pericolo è ancor più reale ora, in epoca di terrorismo, e soprattutto nella zona in cui si concentrano i campi di rifugiati mauritani, al confine con il Mali.
Per questo, gli afro-mauritani in Senegal, deportati nel 1989, si sentono ingannati e lasciati in balia della sorte: tanto dal governo senegalese, – che li ha accolti ma senza concedere loro completamente lo status di rifugiato e i diritti che ne derivano, sanciti da tutte le Convenzioni internazionali relative ai rifugiati e agli apolidi ratificate dal Senegal – , quanto dall’Alto Commissariato dei Rifugiati Onu (Hcr), da cui non si sentono protetti e sostenuti.

Giornata rifugiato: mauritaniI 25.000 rifugiati mauritani che avevano optato per il rimpatrio volontario nel 2008, in seguito a un accordo tra Senegal, Mali e Mauritania stipulato sotto il governo di Sidi Ould Cheikh Abdallahi, (prima che il colpo di Stato dell’attuale presidente Mohamed Ould Abdel Aziz lo invalidasse) si ritrovano a essere discriminati e “apolidi” nel loro proprio paese, poichè il governo mauritano non riconosce loro alcuna identità e nega loro i diritti di accesso alle risorse. Dal canto loro, dei 12.648 rifugiati rimasti in Senegal (l’89,7% dei 14.392 rifugiati nel paese, dati Hcr), la quasi totalità ha al giorno d’oggi dei documenti scaduti e non ha ancora beneficiato di passaporto.

«Quello che rimproveriamo all’Hcr, che ha come missione la protezione dei rifugiati, è la mancanza di comunicazione, di azione di lobbyng. A nostro avviso, dovrebbe dare visibilità alle difficoltà dei rifugiati soprattutto rispetto a questo problema dei documenti. Vogliamo che giochi il suo ruolo diplomatico, che interpelli gli Stati e sensibilizzi la comunità internazionale sulla nostra situazione di rifugiati», dichiara Moustapha Touré, rifugiato e membro del movimento FLAM (Forze di liberazione africane della Mauritania).

L’iniziativa di oggi, tenutasi alla sede dell’organizzazione per i diritti umani Raddho a Dakar, è stata organizzata dai diversi movimenti di rifugiati e di attivisti mauritani in Senegal e dal movimento anti-schiavista abolizionista mauritano IRA. A moderare gli interventi e a spiegare il senso del gesto di protesta, è stato ancora una volta Aldiouma Cissokho:

«Vogliamo mostrarvi che siamo stanchi di questa situazione che stiamo vivendo, e visto che le autorità senegalesi non vogliono darci dei documenti validi, allora anche noi non li vogliamo più. Per questo ci sarà una cerimonia davanti a voi di raccolta e rigetto di questi documenti. Il governo senegalese non ci dà neanche il minimo, dei documenti, e noi non ne vogliamo, perché non è normale che uno Stato come il Senegal, un paese “emergente”, come ama dire il presidente Macky Sall, non possa rispettare gli impegni più elementari, contenuti nella Convenzione di Ginevra del 1951 e nella Convenzione del 1969 sui rifugiati africani…».

Guarda il video:

 Traduzione

«…Allora a turno i colleghi che sono qui getteranno i loro documenti, per dimostrare che è il governo senegalese che vuole il deterioramento della situazione. Comincio io, non ne vogliamo!
Con questo gesto forte vogliamo mostrare che non siamo spazzatura. Una carta di identità è un valore è un’identità…visto che vogliono metterci in questa spazzatura, mettiamo noi  i documenti nella spazzatura, e chiediamo alla comunità internazionale di comprendere che siamo apolidi in un paese che ha firmato delle Convenzioni internazionali e che si chiama Senegal,  che è in contatto con l’Alto Commissariato dei rifugiati dell’Onu che ha il mandato internazionale di proteggerci, soprattutto in questo periodo di terrorismo, durante i quali non avere una carta di identità significa tante cose…E sappiate che il 99% rifugiati della Mauritania sono nella Valle, ai confini con il Mali, in cui tutte le settimane si sentono delle cose…».

Tacko Diallo è una delle numerose donne che fanno parte dell’USERMOVS, l’associazione delle vedove e degli orfani rifugiati mauritani in Senegal. Nel 1989 è stata deportata con suo marito, da allora vive a Matam (nord est del paese) con i suoi due figli, ma senza fisso domicilio. Il marito è deceduto, e sua figlia è stata violentata cinque anni fa in Senegal, all’età di 15 anni. Oggi Tacko è abbandonata a se stessa, ma si batte per far valere i suoi diritti e quelli di sua figlia in una battaglia giuridica contro i suoi aggressori, oltre che per cercare di trovare i mezzi economici per curarla: da dopo la violenza subita, la ragazza ha dovuto abbandonare gli studi in preda ad attacchi epilettici.

Guarda il video: 

 Traduzione:

«Mi chiamo Tacko Diallo, sono una rifugiata mauritana, ho attraversato a Duninguri senza niente, con i miei bambini e la mia famiglia. Da quando nel 1993 hanno interrotto gli aiuti alimentari non abbiamo visto più niente, alcun aiuto. Non abbiamo potuto inscrivere i nostri figli a scuola. I bambini che hanno vissuto gli eventi dell’89 sono qui e non fanno niente…da quando siamo in Senegal, non abbiamo ricevuto niente, solo difficoltà. I problemi persistono, ora sono vedova, mio marito è morto, sono sola, con i miei figli. Mia figlia è stata violentata, e sono qui a Dakar da tre anni per occuparmi del dossier giudiziario…».

Nel comunicato letto a conclusione dell’iniziativa, i rifugiati non hanno mancato di esprimere il loro dissenso circa il progetto di legge adottato dal governo  penalizzazione della discriminazione, giusto il 9 giugno 2017.  Al suo articolo 10, infatti, come scrive il sito d’informazione Cridem, la legge «espone tutte le persone che terrebbero un discorso contrario e/o ostile al rito malachita a delle pene di prigione da 1 a 5 anni». «Questo progetto non è in realtà che un mezzo per coloro che tengono insieme il sistema (razzismo di Stato) per punire i militanti dei diritti umani che denunciano questo stato di fatto», è il commento dei rifugiati. Questi, da parte loro, sentono già di essere stati gravemente puniti 28 anni fa a causa di un processo di arabizzazione della Mauritania, che a quanto pare continua ancor oggi.

Per saperne di più, vai al link di Africalive e Nigrizia:

Anniversario della deportazione degli afro-mauritani

 

 

 

 

 

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