Africa 2016, anno di elezioni e mobilitazioni: verso una primavera sub-sahariana?

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È iniziato un anno denso di appuntamenti elettorali in Africa. Nel 2016, l’appello alle urne coinvolge proprio gran parte di quei paesi ancora governati dai più longevi e affezionati al potere presidenti africani: quegli stessi che, attraverso colpi di stato costituzionali, cercano tuttora di confiscare il potere al popolo e rendere perenne quello personale. Dall’altro lato, la società civile africana reagisce: nascono e proliferano nel continente i “movimenti cittadini”. Che siano questi i nuovi attori di una primavera sub-sahariana?

Ieri si è votato in Benin. Questa notte si sono svolte le operazioni di spoglio; si attendono ora i risultati. Ma, al di là dell’esito di questo scrutinio, il popolo beninese può pensare di aver già vinto a metà, nel momento in cui il presidente uscente, il 64enne Yayi Boni, ha rispettato la fine del suo ultimo e secondo mandato, e non si è ripresentato come candidato. Cosa che può sembrare ovvia, ma non ancora in Africa. In effetti, se vogliamo dire tutta la verità, anche Yayi Boni aveva tentato senza riuscirci di cambiare la Costituzione nel 2013, attraverso una manovra che l’opposizione aveva considerato essere finalizzata a permettergli di ripresentarsi quest’anno…

Africa unita

Place de Souvenir, Dakar

In questo triennio (2015-2017) di grandi appuntamenti elettorali africani, il nuovo anno ha già visto trionfare alle elezioni del 18 febbraio in Uganda, tra intimidazioni e sospetti di frode, il 71enne Yoweri Museveni, dopo ben 30 anni di governo e 4 mandati. Domenica 20 marzo, nelle pagine dell’attualità africana si sovrapporranno due chiamate alle urne: in Repubblica del Congo, dove il 72enne Denis Sassou Nguesso si è ricandidato alla presidenza dopo 31 anni di governo, e in Niger, dove si terrà il ballottaggio tra il presidente uscente, il 64enne Mahamadou Issoufou (che ha appena finito un primo mandato) e un prigioniero, Hama Amadou (ex primo ministro e presidente dell’Assemblea Nazionale, in carcere da novembre con l’accusa di implicazione in uno scandalo di traffico di bambini nigeriani). Ad aprile, sarà la volta del Djibouti, dove il 68enne presidente uscente Ismaïl Omar Guelleh si è già ricandidato per un quarto mandato dopo 17 anni di governo; nello stesso mese, si terranno le elezioni anche in Ciad, dove il 63enne Idriss Deby Itno, al potere da quando ha rovesciato il dittatore Hissene Habre ormai quasi 26 anni fa, ha annunciato il mese scorso di volersi ripresentare. Oltre a Museveni, Sassou Nguesso e Deby Itno, anche altri del club dei più longevi e autoritari presidenti o degli esponenti delle dinastie d’Africa si ritroveranno davanti alle urne quest’anno: il 57 enne Ali Bongo Ondimba in Gabon, al potere dal 2009 dopo essere succeduto al padre Omar Bongo Ondimba, (che aveva governato dal 1967 al 2009), e il 73enne José Eduardo Dos Santos, presidente dell’Angola dal 1979. Sempre dal 1979 è al potere il 73enne Teodoro Obiang in Guinea Equatoriale, dove si svolgeranno le elezioni presidenziali a novembre; stesso mese in cui avranno luogo in Gambia, dove il dittatore 50enne Yahya Jammeh si candiderà dopo 22 anni di governo. Ancora a novembre, un altro importante appuntamento elettorale avrà luogo nella Repubblica Democratica del Congo, in cui l’autoritario 44enne Joseph Kabila, (che è succeduto al padre Laurent Kabila dopo il suo assassinio nel 2001), sta cercando di far slittare l’appuntamento elettorale.

Nel 2017 sarà il 58enne Paul Kagame in Ruanda ad affrontare le urne, dopo aver vinto tutte le elezioni dal 1994. Gli altri due presidenti affezionati al potere, il 92 enne Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe da 36 anni, e Paul Biya, 83 anni di cui 33 al potere in Camerun, dovranno chiamare il loro popolo al voto più avanti.

Se per noi la democrazia è, almeno teoricamente, un valore acquisito dai nostri sistemi di governo, che rispettano i già rodati principi democratici di funzionamento delle istituzioni, – per lo meno quello dell’alternanza negli appuntamenti elettorali – , in Africa per molti governanti la democrazia ha ancora l’aspetto di una bella scatola vuota, nonché il suono di una parola da pronunciare bene per accontentare la comunità internazionale, occidentale, francese: quella che sostiene la causa democratica ovunque nel mondo in buona fede, e quella che se ne fa scudo e vetrina per coprire i propri interessi.

E fin qui, nulla di nuovo.

Le novità invece sono due: una cattiva e una buona.

La prima, quella cattiva, è che da una decina di anni si parla sempre meno di “dittatori” e di “colpi di stato militari” in Africa: questo non significa che non ci siano governi repressivi, uomini assetati di potere o perché non ci siano più governi deboli e instabili per evitarne. La differenza, sta nel fatto che ormai la maggior parte dei paesi d’Africa sono formalmente delle Repubbliche (le uniche monarchie rimaste sono Lesotho, Swatziland e Marocco), dotate di istituzioni democratiche e di Costituzioni, che, in linea di principio, garantiscono un limite di numero di mandati, generalmente due. Ecco allora che, davanti all’apparenza democratica che i paesi hanno acquisito, il tradizionale golpe militare lascia il posto a colpi di stato costituzionali: nonostante la “Carta africana della democrazia, delle elezioni e della governance” dell’Unione Africana li condanni, sono numerosi i capi di governo africani che, per assicurarsi una presidenza longeva se non a vita, non hanno esitato a calpestare le Costituzioni ricandidandosi (come ha fatto per esempio Pierre Nkurunziza in Burundi, che, presentando una terza controversa candidatura per le elezioni di luglio 2015, ha trascinato il paese in una violenta instabilità), oppure semplicemente a cambiarle in modo da potersi ripresentare. Quest’ultima è stata l’opzione scelta da tanti. Lo hanno fatto Omar Bongo in Gabon nel 2003; Yoweri Museveni in Uganda e Idriss Deby Itno in Ciad nel 2005; Paul Biya in Camerun nel 2008;  Mamadou Tandja au Niger nel 2009. In Togo, nel 2005, circa 800 sono stati i morti tra coloro che contestavano l’elezione dell’attuale presidente Faure Gnassingbé, succeduto al padre, (il dittatore Étienne Eyadéma Gnassingbé, deceduto dopo 38 anni di potere) e rieletto ad aprile scorso per un terzo mandato. Prima delle elezioni presidenziali del 2012, anche Abdoulaye Wade in Senegal ha cercato di modificare la Costituzione per potersi ripresentare per la terza volta consecutiva: è l’unico presidente africano ad aver indietreggiato davanti alla mobilitazione popolare.

Più recentemente, è stato Denis Sassou Nguesso in Congo a sopprimere nell’ottobre 2015 il limite del numero di mandati con un contestato referendum, mentre un paio di mesi dopo è stato il suo omologo ruandese, Paul Kagame, a vincere un referendum (con il 98% di sì!) che gli permetterà di ricandidarsi alle presidenziali dell’anno prossimo in Ruanda e potenzialmente dirigere il paese fino al 2034.

Un rapporto che consiglio è quello di Tournons la page”, una piattaforma di associazioni e movimenti europeei e africani, che si è attivata nella difesa della democrazia in Africa. La coalizione ha lanciato una campagna per fare appello, durante questo triennio di elezioni, a un cambiamento pacifico finalizzato a girare pagina dopo anni di confisca del potere.
Per darvi un’idea chiara ed efficace della situazione della democrazia in Africa, ci tengo a riportarvi qui alcuni dati di uno studio che la loro equipe ha effettuato. Secondo l’indagine, sui 18 paesi del mondo non retti da monarchie, in cui oggi più della metà della popolazione ha conosciuto una sola famiglia al potere, 12 sono africani (se si escludono il Burkina Faso in cui solo nel 2014 una rivolta popolare è riuscita a cacciare Blaise Campaore dopo 27 anni di governo, e la Repubblica del Congo, in cui i 31 anni di presidenza di Sassou Nguesso sono stati interrotti dal ’92 al ‘97 dal governo Lissouba): Togo, Gabon, Ciad, Uganda, Guinea Equatoriale, Camerun, Burkina Faso, Uganda, Zimbabwe, Sudan, Eritrea, Gambia, Repubblica Democratica del Congo. Al top della classifica ci sono l’88% dei togolesi e l’87% dei gabonesi che non hanno conosciuto rispettivamente che la dinastia Gnassingbé e Bongo. Tra le 12 famiglie nel mondo che erano già al potere 25 anni fa, 9 sono africane. Di queste, 6 sono ex colonie francesi, e le 5 piu anziane provengono da paesi ricchi in petrolio: Bongo in Gabon, Obiang Nguema in Guinea Equatoriale, Sassou Nguesso in Congo, Paul Biya in Camerun, Edouard Dos Santos in angola e Idriss Deby Itno in Ciad. In Africa c’è anche il capo di stato più anziano al mondo, Robert Mugabe (92 anni), a cui è stata confidata la presidenza dell’Unione Africana nel febbraio 2015 (per lasciare a fine gennaio scorso il posto a Idriss Deby).

Manifestazioni per la democraziaLa seconda novità, quella positiva, è la reazione di chi in tutto questo gioco di interessi occidentali e autoritarismi locali ci va di mezzo: il popolo. La buona novella non è che la società civile africana reagisca, perché lo ha sempre fatto (al contrario di come induce a pensare uno dei cliché associati spesso agli africani):
l’innovazione consiste nelle modalità di contestazione.
A testimoniare un continente in continuo subbuglio, movimento, cambiamento, così come la presenza di una gioventù sempre più cosciente, istruita, connessa a un mondo globalizzato, e, nonostante le difficoltà, ai social media, ecco nascere un nuovo attore di mobilitazione: il “movimento cittadino”. Per far fronte ai tempi che cambiano e ai problemi di sempre, in questi movimenti confluiscono sia i giovani (che certe grandi ideologie non le hanno mai conosciute), che i più vecchi (che in queste avevano creduto e non vi si riconoscono più). Eredi delle lotte effettuate nei decenni precedenti da sindacalisti e associazioni della società civile, davanti al vuoto ideologico, alla sfiducia nei partiti e all’emergenza di difendere la democrazia in alcuni contesti o di salvaguardarla in altri, i movimenti cittadini stanno nascendo e proliferando in tanti paesi, riuscendo a mobilitare con linguaggi nuovi (spesso attraverso il rap), slogan efficaci e diretti, donne e uomini, giovani e meno giovani. Lo scopo? Difendere la Costituzione in alcuni casi, denunciare repressione o cattiva gestione del governo in altri, salvaguardare e promuovere i diritti e libertà democratiche nelle diverse fasce della popolazione sempre. In che modo? Non solo denunciando e protestando, ma agendo con iniziative concrete al fianco della popolazione e attraverso progetti creativi e innovativi di promozione di buona governance, democrazia partecipativa e di educazione civica. Attraverso, insomma, una lotta che definiscono “cittadina”.

I più noti movimenti cittadini africani di oggi sono quelli che hanno avuto un grande impatto mediatico grazie alla presenza di rapper tra i membri fondatori: il precursore “Y’en a marre” (“Ne ho abbastanza”), nato in Senegal nel 2011 per protestare inizialmente nelle periferie contro i black-out di elettricità per poi giocare un ruolo fondamentale nel processo elettorale del 2012 che ha visto la sconfitta dell’ex presidente Abdoulaye Wade, ha in seguito ispirato altre realtà, comunque già in cantiere. Tra Y'en a marre vigilantequeste, “Balai citoyen” nel 2014 in Burkina Faso – tra i protagonisti della rivolta popolare conclusasi con la fine del regno di Campaoré – e Filimbi, sorto ufficialmente nel 2015 in Repubblica Democratica del Congo, oggi impegnato nella lotta per far rispettare a Kabila la fine del proprio mandato. Sulla scia di questi movimenti, altri ne sono nati, per ora meno visibili e efficaci, come in Gabon (“Ça suffit comme ça”), in Ciad (“Troppo è troppo”), in Congo (“Ras-le-Bol” e “Sassufit!”); alcuni attivisti hanno cercato di impiantare Yem nei propri Paesi, senza poi riuscirci, (come in Togo o in Niger), e alcuni movimenti di “Indignati” africani sono sorti, come in Costa d’Avorio, Gabon e Senegal. Parallelamente a questi movimenti, la mobilitazione in rete e sui social network, animata soprattutto dai compatrioti all’estero o dalle avanguardie di blogger sul continente, (come l’associazione di blogger della Guinea Conakry “Ablogui” o alla piattaforma di ispirazione panafricanista di cyberattivisti “Africtivistes”), gioca pure un ruolo importante: soprattutto in quei contesti dove la repressione è tale che la reale contestazione sembra essere possibile solo attraverso campagne online (Togo, campagna “Articolo 59”). Accanto a queste nuove forme di mobilitazione, la società civile tradizionale continua pure la lotta (Niger) o inizia in molti paesi finalmente a strutturarsi anche dove finora era divisa o debole (Guinea Conakry, Costa D’Avorio).

Potrà questa nuova ventata di mobilitazione portare a una sorta di primavera africana per spazzare via i rimanenti tiranni d’Africa e erigersi guardiani della democrazia, come hanno contribuito a fare Y’en a Marre in Senegal e Balai Citoyen in Burkina Faso? Riusciranno, oltre a condurre una rivoluzione popolare per la fine dei regimi autoritari, a effettuare un cambiamento nelle mentalità e diffondere coscienza civica nella popolazione?

Una cosa è certa: in un mondo globalizzato, in cui gli ideali e il modello della democrazia cerca sempre più di farsi strada, e in un continente quale quello africano in cui i giovani sono progressivamente sempre più istruiti, coscienti e inter-connessi, le forme di dissenso che poco dopo la decolonizzazione era relegata all’iniziativa individuale (Thomas Sankara in Burkina Faso, Patrice Lumumba in Rdc), sembrano oggi, dopo più di 50 anni di crescita e di lotte di partiti di opposizione (con l’avvento del multipartitismo) prima e di sindacati e della società civile poi, essere iniziativa di tanti, organizzati in movimenti orizzontali e non gerarchici. Che anche la lotta si stia democratizzando e massificando?

Ho svolto per Nigrizia un dossier uscito in copertina questo mese proprio sulla situazione attuale della società civile e dei movimenti in alcuni paesi d’Africa dell’Africa francofona, Occidentale e Centrale. In Afric(a)live, non posso evitare di trattare il tema, e fare focus proprio su questi movimenti e sui personaggi che ci stanno dietro, in questo anno così importante per la lotta per la democrazia in Africa.

E così, in occasione di alcuni tra questi prossimi appuntamenti elettorali, Afric(a)live vi proporrà un ciclo all’interno dello speciale “Movimenti e società civile”attraverso la rubrica “Voci d’Africa”: ogni settimana, potrete ascoltare la “voce” di alcuni attivisti e leggere una sorta di scheda su questi movimenti e dei contesti in cui sono nati. L’appuntamento è quindi a mercoledì, con i movimenti della Repubblica del Congo, in attesa delle elezioni di domenica 20 marzo.

Luciana De Michele

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