Al villaggio di Toubacouta/1. Tra mangrovie, baobab sacri e pellicani

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Prima parte di un piccolo taccuino di viaggio a Toubacouta. Articoli e foto vi racconteranno di villaggi immersi nella natura in pieno Delta del Saloum: tra mangrovie, isole di conchiglie, baobab sacri e numerose specie di uccelli.

Dopo aver percorso 254 km da Dakar in 5 ore su un autobus diretto in Gambia, arriviamo la mattina presto ancora prima dell’alba. Nonostante l’oscurità di una notte autentica, lontani dalle luci della città e in un villaggio come molti in Africa poco dotati di elettricità, si può riconoscere la fermata di Toubacouta grazie a un grande albero al ciglio della strada asfaltata. Una volta scesi, non ci resta che inoltrarci nell’entroterra, tra le silhouette al chiar di luna di alberi, case in muratura e capanne che ci sono ancora sconosciute. «Andate fino in fondo, verso la spiaggia, io vi vengo incontro!», ci assicura Ibou Senghor al telefono. Sulla quarantina, sposato e con un figlio, dalla piccola taglia ma agile e forte, Ibou ha lavorato per undici anni in uno degli hotel del villaggio; dopo aver accumulato una somma sufficiente, ha deciso di investire e creare il proprio campement, costruendo tre semplici capanne in cui alloggiare i turisti.

villaggio Toubacouta

Boutique del villaggio e albero di neem.

Di madre mandinga e padre serer, Ibou incarna il popolamento misto di Toubacouta,  comunità rurale di più di 30.000 abitanti, nel dipartimento di Foundiougne e nella regione di Fatick.  Infatti, se il Sine-Saloum, regione del Senegal centro-occidentale sul delta del fiume Saloum, è per lo più abitata da serer, Toubacouta è un punto di incontro tra diverse popolazioni del paese: oltre ai serer, ci vivono wolof, peulmandinga e diola (o joola). La posizione costiera della località, la sua biodiversità e la pluralità delle attività che offre (pesca, agricoltura e turismo), attira non solo i turisti, ma anche molti senegalesi originari di altre zone del paese pronti a installarvisi. Al plurilinguismo del posto corrisponde dunque anche il carattere multi-religioso: accanto alla minoranza cristiana vive la maggioranza musulmana nelle sue diverse confraternite. Infatti, in un territorio tradizionalmente nyassene, l’origine del villaggio stesso è mourid: lo rivelano il nome (che deriva da Touba, capitale santa mourid) e i dipinti sui muri di molte case e negozi raffiguranti il fondatore della confraternita, Cheikh Ahmadou Bamba.

Ibou Toubacouta

Ibou Senghor

È durante la calda e soleggiata giornata che, dopo un giro tra le vie assolate del villaggio, le case in muratura o in paglia, i neem, (albero medicamentoso molto diffuso in Senegal) sul ciglio delle strade in terra battuta, e i baobab sulla piccola spiaggia, iniziamo le escursioni sulla piroga che Ibou si è costruito. Ad attenderci, prima di tutto, sono i bolongs: dopo un quarto d’ora di navigazione nel braccio di fiume della zona, ci si inoltra infatti in questi stretti corridoi di acqua costeggiati dalle mangrovie. Essendo protette, queste affascinanti piante hanno potuto svilupparsi in tutta la loro natura: le radici in cui si riproducono le ostriche che si tuffano nell’acqua, e le fronde che si slanciano folte in cielo. Le ostriche, tanto prelibate, ricercate e care per noi occidentali, non fa parte della dieta senegalese. Tuttavia, disponendone a volontà, gli abitanti di Toubacouta le hanno introdotte nelle loro abitudini alimentari e nel piatto nazionale a base di pesce, riso e verdure (ceebu jen). «Sono i gruppi di donne del villaggio che vengono a raccoglierle, e poi le vendono più che altro agli hotel. Anche se sono protette, ogni tanto qualcuno viene di nascosto a staccarne le ostriche e tagliarne rami e tronchi: il legno viene utilizzato nelle costruzioni, per fare i ponteggi», ci spiega la nostra guida. Se semplicemente riconficcata nel terreno bagnato, le radici del palatuvier permettono la riproduzione della pianta: è l’azione che si compie quando si vuole effettuare operazioni di rimboscamento qui o in altre zone del paese. La raccolta delle ostriche viene interrotta nei mesi tra maggio e ottobre, per consentirne la riproduzione naturale.

Baobab sacré Toubacouta

Interno del Baobab Sacro sull’Isola delle Conchiglie.

Lasciati dietro di noi le mangrovie, dopo una decina di minuti, la piroga attracca sulla riva di una piccola isola bianca e disabitata costituita di conchiglie: un enorme cumulo di ostriche e vongole. Mentre ci passeggiamo, ci imbattiamo in boschi di baobab, fino ad arrivare a un gigante baobab sacro: uno dei tanti di tutto il territorio del Sine-Saloum.«Tradizionalmente si dice che i griot non potessero essere seppelliti come gli altri abitanti del villaggio. La loro salma era dunque introdotta nelle cavità dei grandi tronchi di questi baobab», ci informa Ibou.

Sono quasi le 18.30, ed è ora di riprendere la piroga per non perderci il rituale quotidiano del tramonto al “reposoire des oiseaux”: un isolotto di mangrovie altissime su cui, agli ultimi raggi di sole, almeno una quindicina di specie di uccelli diversi accorrono per trovarsi la buona posizione per passare la notte. Arrivati dinanzi all’insieme di piante con la piroga, ci fermiamo  in silenzio. Lo spettacolo è mozzafiato: uno dopo l’altro, gli uccelli arrivano planando sui rami e riproducendo ciascuno il verso della propria specie. In un mix di richiami sonori, le fronde delle mangrovie iniziano a popolarsi e a colorarsi di bianco, nero, marrone e di altri colori: quelli, tra gli altri, di cormorani, di diversi tipi di aironi, dei martin pescatore, delle sterne, dei calao, dell'”anhinga d’Africa“.

Solo le rondini, i gabbiani, i pellicani e gli “aironi golia” (enorme, color cenere, che avevamo visto sorvolare le acque poco prima) rifiutano l’appuntamento, preferendo altri alberi e solitari banchi di sabbia.

Quando il sole inizia a lasciar posto alla luna e il buio inizia ad abbracciare la laguna, è tempo di rientrare. Sulla riva della spiaggia, i maestosi baobab, infuocati di rosso dall’ultimo raggio di sole, ci danno il bentornato. Una prima notte a Toubacouta ci attende.

 

Guarda la galleria di foto:

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Luciana De Michele

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