Elezioni in Gambia/11. Yahya Jammeh capitola: fine della dittatura in Gambia

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Dopo sei settimane di negoziazioni e 22 anni di regime, finalmente Yahya Jammeh capitola e parte in esilio. I retroscena dell’ultimo giorno di negoziazione e le preoccupazioni dell’indomani.

L’immagine della sera del 21 gennaio di Babili Mansa (“il re che sfida i fiumi e le acque”, uno dei tanti titoli con cui Yahya Jammeh si faceva chiamare), che saluta i pochi fedeli rimasti ed entra nel jet privato che lo porterà in esilio in Guinea Equatoriale, rimarrà nella memoria di tutti i gambiani. Insieme a lui, c’è l'”amico” Alpha Condè, il presidente della Guinea Conakry, nella cui capitale l’aereo farà scalo: prima di un cambiamento di programma all’ultimo minuto, sembrava che Jammeh dovesse finire i propri giorni proprio a Conakry. In effetti, è stata l’ultima mediazione di Alpha Condé, accompagnato dal presidente mauritano Mohamed Ould Abdel Aziz, a fermare l’intervento delle forze miste della Micega, un contingente di 7.000 soldati (200 del Ghana, 800 della Nigeria e il resto senegalesi) che il 19 sera ha iniziato a marciare verso Banjul (leggi Elezioni in Gambia/10). Le operazioni erano state sospese per dare un nuovo ultimatum a Jammeh per l’indomani. Il resto, è rimasto questo weekend nei primi titoli dei giornali di tutto il mondo.

Cittadini gambiani a Dakar

Cittadini gambiani davanti all’ambasciata di Gambia a Dakar, poco prima l’insediamento ufficiale del presidente Adama Barrow, il 19 gennaio

Il terzo e nuovo presidente del Gambia Adama Barrow, ancora a Dakar per motivi di sicurezza, afferma che tornerà a Banjul il prima possibile. Ora sta collaborando per accelerare il processo di rientro in Gambia dei 45.000 sfollati che erano scappati, soprattutto in Senegal, dall’inizio della crisi. Una volta in patria, enorme sarà il lavoro da fare, tra pensare a risollevare l’economia del paese e soddisfare la grande sete del popolo di democrazia. In questo senso, in una prima intervista della Bbc, Barrow ha dichiarato che si sbarazzerà subito della Nia, il servizio di intelligence di Jammeh, e che istituirà “una commissione di verità e riconciliazione”, incaricato di investigare e interrogare sui 22 anni di regime.

Per quanto riguarda le condizioni poste da Jammeh per accettare di lasciare il potere, in un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano senegalese L’Observateur, Barrow afferma di non aver accordato alcuna immunità a Jammeh, e che nessuna garanzia gli sia riservata. Pare infatti che il dittatore avesse avanzato innumerevoli richieste, dalle più ovvie alle più assurde: l’impunità per lui e per i suoi uomini, la conservazione dei suoi beni, il diritto di poter ritornare o viaggiare in Gambia quando a suo piacimento, e così via. La cosa più urgente e importante, era che Jammeh se ne andasse dal Paese; il resto, è strategia diplomatica. Sembra infatti, e questo è il primo retroscena che sempre l’Obs di oggi rivela, il documento chiamato ” Dichiarazione congiunta della Cedeao, dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite“, contenenti in 14 punti le garanzie promesse a Jammeh, sia stato fatto girare da Alpha Condé per “rassicurare” Jammeh, senza che gli altri Capi di Stato africani lo avessero letto. Nello stesso articolo, si afferma come oggi si punti il dito contro Condé e Abdel Aziz, che avrebbero permesso a Jammeh di “organizzare” il suo esilio e “saccheggio”. Pare infatti che Jammeh abbia fatto terra bruciata a Banjul, prelevando tutti i soldi del Tesoro Pubblico prima di andarsene, ordinando di distruggere archivi e bruciare computer al Palazzo Presidenziale e non lasciare così traccia dei suoi 22 anni di regime.

Effettivamente, tanti altri tiranni del continente, magari rovesciati da altri simili come nel caso di Hissene Habré in Ciad, (Vai allo Speciale Processo Hissene Habré), avevano avuto il tempo fuggendo di svuotare le casse di Stato, ma non sempre di distruggere tutte le prove dei loro crimini e di impedire di ritrovarsi magari, anche decenni dopo, davanti al Tribunale della Corte Penale Internazionale (Cpi) o in qualche tribunale speciale africano ad hoc. Con i tempi che corrono, in cui anche l’Africa ha iniziato, nei contesti dove gli equilibri geopolitici e gli interessi internazionali lo rendono possibile, a combattere l’impunità dei dittatori, era meglio per Jammeh rifiutare di cedere il potere e trascinare le negoziazioni per molto tempo, per aver modo di preparare in maniera meno rischiosa possibile la sua uscita di scena. E così, Jammeh si è preso sei settimane. Tra l’altro, forse per scongiurare eventuali catastrofi personali future, proprio per questo aveva ritirato il Gambia dalla Cpi ben prima delle elezioni.

Ma il problema, oggi, è anche un altro. Jammeh, che non è stupido e possiede una buona preparazione strategica e militare, potrebbe essere pericoloso anche se non presente sul territorio gambiano, e aver preparato ben altro. Non a caso, infatti, le forze militari della Cedeao sono ancora presenti in Gambia, dove stanno conducendo delle operazioni per rendere sicuro il paese: l’idea è quella di ripulire il Paese dalle armi che sarebbero presenti in diverse basi, e che Yahya Jammeh potrebbe aver fatto circolare prima di accettare l’esilio, con l’idea di destabilizzare il governo di Barrow, dal Gambia o dal Senegal. Non dimentichiamoci infatti che Jammeh in questi anni aveva sempre sostenuto e armato i guerriglieri della Mfdc, il movimento ribelle della Casamance, (la regione meridionale del Senegal confinante con il Gambia), per avere uno strumento di pressione contro il più forte vicino (leggi Il conflitto in Casamance). Ora, potrebbe aver armato di nuovo quei ribelli, per i suoi interessi in Gambia o per vendicarsi proprio del Senegal, alla guida della Micega e primo Paese ad aver condannato il volta-faccia di Jammeh quando l’8 dicembre aveva rifiutato gli esiti delle elezioni (leggi Elezioni in Gambia/5).

Il Senegal ha avuto quindi finora tutti gli interessi ad attivarsi, ufficialmente come membro della Cedeao, per sbarazzarsi prima dell’irrequieto e pericoloso vicino, e ora nelle operazioni per rendere sicuro il territorio. Del resto Barrow, che non si è ancora insediato allo State House, è già stato costretto a parlare favorevolmente sulla costruzione del ponte che permetterebbe alla popolazione senegalese di attraversare il Gambia più facilmente per recarsi nel Sud del Paese.

Insomma, giochi diplomatici e retroscena a parte, ora come ora è comunque legittimo festeggiare.

Può farlo l’Africa perchè è riuscita a risolvere una crisi senza l’aiuto richiesto o l’intervento imposto dell’Occidente o della Francia, (al contrario di come spesso succede o ne è accusata), e perchè l’ha fatto senza spargimento di sangue.

Può e devono farlo i gambiani e il resto del mondo per la fine, questa volta veramente, di una delle tirannie sanguinarie rimaste sul continente, oltre che per l’inizio della Democrazia in Gambia.

Vai allo Speciale Gambia: cornaca della fine della dittatura di Yahya Jammeh

Luciana De Michele

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